Più sovranità, meno mercato
di Giorgio Barba Navaretti , di Giorgio Barba NavarettiCome potrà l’Europa rispondere ai 369 miliardi di sussidi agli investimenti ambientali delle imprese americane previsti dall’Inflation Reduction Act (Ira)? L’incontro tra il segretario di Stato Blinken e i vicepresidenti della Commissione Eu Dombrovskis e Vestager apre qualche spiraglio di trattativa, ma l’esito dipenderà dal peso relativo di due obiettivi non facilmente compatibili: mantenere i mercati integrati e rafforzare la sovranità produttiva e tecnologica di ciascuno dei due contendenti.
L’obiettivo ambientale è condiviso dall’Europa, che anzi ha sempre incoraggiato un maggiore orientamento verso la sostenibilità dall’altra sponda dell’Atlantico. Il problema è che l’Ira prevede che solo le aziende che producono sul suolo americano potranno beneficiare dei sussidi. Ma produrre in America, vuol dire produrre del tutto in America, solo con una minima parte di componenti importati. Per…
Come potrà l’Europa rispondere ai 369 miliardi di sussidi agli investimenti ambientali delle imprese americane previsti dall’Inflation Reduction Act (Ira)? L’incontro tra il segretario di Stato Blinken e i vicepresidenti della Commissione Eu Dombrovskis e Vestager apre qualche spiraglio di trattativa, ma l’esito dipenderà dal peso relativo di due obiettivi non facilmente compatibili: mantenere i mercati integrati e rafforzare la sovranità produttiva e tecnologica di ciascuno dei due contendenti.
L’obiettivo ambientale è condiviso dall’Europa, che anzi ha sempre incoraggiato un maggiore orientamento verso la sostenibilità dall’altra sponda dell’Atlantico. Il problema è che l’Ira prevede che solo le aziende che producono sul suolo americano potranno beneficiare dei sussidi. Ma produrre in America, vuol dire produrre del tutto in America, solo con una minima parte di componenti importati. Per cui le esportazioni europee non saranno più competitive negli Usa.
Ora, se il mondo fosse ancora globalizzato come un tempo, ci sarebbero due soluzioni: una giudiziale ed una cooperativa. La soluzione giudiziale passerebbe per la World Trade Organisation (Wto), l’istituzione che sovrintende agli accordi sul commercio internazionale e giudica e condanna chi non li rispetta. Gli Usa verrebbero accusati di pratiche discriminatorie (favorire le proprie imprese rispetto a quelle estere) e condannati ad adeguati risarcimenti e a modificare le proprie politiche.
Peccato che i tempi di una causa al Wto siano infiniti (17 anni per quella sui sussidi a Boeing ed Airbus) e che gli Stati Uniti non abbiano nominato il giudice d’appello di loro competenza e dunque l’organo sia incompleto.
La soluzione cooperativa, invece, implicherebbe un accordo multilaterale. Ossia tutti i paesi, non solo Ue ed Usa, si accorderebbero per un programma condiviso di sussidi agli investimenti green, con correttivi che tengano conto del livello di reddito e con un terreno di gioco livellato per tutte le imprese, ovunque producano. Sarebbe la soluzione più ovvia, dato che il problema dell’ambiente è globale e da tutti condiviso e che la transizione necessita di risorse pubbliche. Peccato che l’esito della Cop 27 e le turbolenze geopolitiche rendano questa prospettiva impraticabile.
L’impossibilità del multilateralismo cambia radicalmente lo scenario d’azione. Dunque, a meno che si raggiunga un accordo, a sussidio si risponde con sussidio. La dichiarazione di Ursula von der Leyen domenica, che la Ue dovrà modificare ed adattare la propria politica di aiuti di Stato, va precisamente in questa direzione: sussidiare le imprese del vecchio continente come fanno gli americani. Verrà dunque temperata la tradizionale maglia stretta della politica europea sugli aiuti di Stato, già attenuata durante la pandemia. Una strategia di questo tipo non sarebbe cooperativa nel senso di creare un terreno di gioco comune come nel caso di un accordo multilaterale, ma avrebbe come obiettivo la difesa e il rafforzamento della sovranità produttiva e tecnologica del continente. Sarebbe di fatto una misura protezionistica, così come l’Ira è bene allineata con l’America First, professata da Trump come da Biden.
Ma nessuna delle due sponde dell’Atlantico ha un interesse ad avviare una guerra commerciale. Dunque, un aggiustamento di qualche tipo, probabilmente di basso regime, si troverà per evitarla. Il punto fondamentale è che comunque l’ottica degli accordi cambierà radicalmente rispetto al passato. L’obiettivo, per quanto si voglia preservare l’integrazione commerciale, sarà la difesa e il rafforzamento del proprio territorio: il principio di sovranità dominerà su quello di mercato aperto. Una prospettiva di sovranismo temperato.
La buona notizia per noi è che si rafforzerebbe l’integrazione della Ue. Sarebbe infatti necessario un forte coordinamento europeo e risorse comuni, altrimenti i paesi grandi e con abbondanti risorse fiscali sarebbero molto avvantaggiati. La cattiva è che la difesa del sovranismo, per quanto temperato ed anche se europeo, è una strada che rischia di allontanarci definitivamente da un governo globale dell’economia, soprattutto nei confronti di aree diverse dagli Stati Uniti, come l’Asia, verso le quali gli interessi commerciali e strategici sono molto meno convergenti.
L’impossibilità del multilateralismo rende la risoluzione delle controversie internazionali più complessa e meno efficace e la sostenibilità ambientale un obiettivo più effimero.