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Presidenzialismo, l'altra riforma che ci serve

Giorgia Meloni e gli auguri di Natale 

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Il presidenzialismo viene incontro alla semplificazione della politica
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Prendiamo sul serio l’insistenza della presidente Meloni sul presidenzialismo, e prescindiamo dalle probabilità che il tentativo riesca (finora le Bicamerali non hanno avuto fortuna, e non è certo il caso di cambiare forma alla Repubblica a colpi di maggioranza, come si fece nel 2001 col Titolo V).
Sotto il profilo oggettivo, la prima cosa da dire è che il presidenzialismo (ma quale? Non certo la prima proposta Meloni del marzo 2018, bocciata lo scorso anno dalla Camera) viene incontro a un’ansia di ulteriore semplificazione della politica: dopo che da tempo le dinamiche del confronto politico sono uscite dal Parlamento e che questo ha perduto gran parte del suo ruolo a causa della crisi dei partiti, il baricentro del potere si è spostato sul governo. Il passo successivo che si prospetta è la sua concentrazione in una singola personalità, che giunge al Quirinale dopo una campagna elettorale assai accesa, divisiva: una sorta di demi…

Prendiamo sul serio l’insistenza della presidente Meloni sul presidenzialismo, e prescindiamo dalle probabilità che il tentativo riesca (finora le Bicamerali non hanno avuto fortuna, e non è certo il caso di cambiare forma alla Repubblica a colpi di maggioranza, come si fece nel 2001 col Titolo V).
Sotto il profilo oggettivo, la prima cosa da dire è che il presidenzialismo (ma quale? Non certo la prima proposta Meloni del marzo 2018, bocciata lo scorso anno dalla Camera) viene incontro a un’ansia di ulteriore semplificazione della politica: dopo che da tempo le dinamiche del confronto politico sono uscite dal Parlamento e che questo ha perduto gran parte del suo ruolo a causa della crisi dei partiti, il baricentro del potere si è spostato sul governo. Il passo successivo che si prospetta è la sua concentrazione in una singola personalità, che giunge al Quirinale dopo una campagna elettorale assai accesa, divisiva: una sorta di demiurgo, titolare dell’indirizzo politico del governo, responsabile apicale dei successi e degli insuccessi della politica nazionale.


È evidente che la proposta ha un suo facile appeal, di segno populistico, ma che contiene anche i germi di un grave pericolo: l’elezione diretta del capo dello Stato segnerebbe la scomparsa di un potere neutro, di garanzia, e la piena politicizzazione “partigiana” di tutte le istituzioni: parlamento, governo, presidenza della Repubblica sarebbero espressione della stessa coalizione (con le conseguenze del caso, a cascata, anche sull’ordine giudiziario); oppure, nell’ipotesi di risultati elettorali diversificati, prenderebbe vita una “coabitazione” dagli esiti imprevedibili. Troppa politica, troppo sbilanciata e priva di dialettica, in un caso; politica a rischio paralisi nell’altro.


Se poi si pensasse di porre rimedio allo squilibrio istituzionale con la riforma dell’ordinamento regionale (la linea leghista) e con l’incremento delle autonomie, l’esito sarebbe forse peggiore: i rischi dell’eccesso di accentramento politico non sono neutralizzati dall’aumento del rischio della disgregazione sociale e territoriale. Le due dinamiche non si elidono l’una con l’altra ma si sommano. Ne potrebbe risultare uno Stato autoritario attraversato da gravi differenze regionali: un sistema politico nazionale non rafforzato ma complessivamente indebolito.


Eppure, sotto il profilo soggettivo si capisce bene il plusvalore politico della proposta di riforma presidenzialistica della Costituzione. La destra al governo è l’erede, con mediazioni e discontinuità, ma anche con chiara evidenza, di una tradizione che è stata esterna agli atti e ai valori fondativi, costituenti, della Repubblica: alla cui storia la destra ha certamente partecipato, con modalità e ruoli diversamente giudicabili, ma a cui sicuramente non ha dato vita. La destra di oggi diventerebbe invece, se innescasse una importante riforma della Costituzione, una forza fondativa del nuovo ordine repubblicano, una delle “madri” di una vera Seconda repubblica. Ridisegnare il cuore del meccanismo di formazione della volontà politica nazionale promuoverebbe certamente la destra a un ruolo costituente. Un cambio di passo legittimante, dal valore epocale.
Ma quello che è l’interesse della destra è anche l’interesse dell’Italia? E proprio il presidenzialismo – tra l’altro, estraneo alla storia d’Italia, in ogni sua fase – deve esserne il veicolo? In verità, se si pensa che sia necessario dare veste formale allo spostamento del potere già in atto, sembra più opportuna una riforma che rafforzi il ruolo del presidente del Consiglio, trasformandolo in una sorta di cancelliere, sovraordinato rispetto ai ministri e stabilizzato dalla sfiducia costruttiva (che benché prevista dal vecchio progetto di riforma Meloni, col presidenzialismo ha, logicamente e praticamente, poco a che fare). Una riforma che manterrebbe intatto il prezioso ruolo neutro del capo dello Stato e che, pur mettendo in evidenza un soggetto chiaramente titolare del potere, non toglierebbe al Parlamento quella centralità e quella incidenza che è la condizione perché si possa sperare nella rinascita e nella responsabilizzazione dei partiti. Una grande sfida, questa, che è un altro modo – democratico, non populista, e alternativo al presidenzialismo – per provare a far sì che i cittadini tornino a pensare alla politica come a una cosa loro, e non d’altri. Anche il cancellierato sarebbe insomma una riforma epocale, a cui tutti, destra e sinistra, potrebbero utilmente mettere mano, con reciproca legittimazione costituente, e con qualche beneficio politico per tutto il Paese.