In Aula cita l'instabilità politica come uno dei "mali endemici dell'Italia", che ha avuto "negli ultimi 20 anni un governo ogni due anni" ed è causa della debolezza del Paese a livello internazionale. Giorgia Meloni è convinta che serva una riforma in senso presidenziale che parta dal modello francese e che "garantisca stabilità e restituisca centralità alla sovranità popolare". Durante il suo primo discorso alla Camera, dove ha ricevuto la fiducia con 235 sì, apre al confronto "con tutte le forze politiche presenti in Parlamento". Obiettivo: arrivare alla "riforma migliore e più condivisa possibile", ma senza timidezze o eventuali ricatti di "opposizioni pregiudiziali". Il centrosinistra però non ci sta.
Ma in cosa consiste questa riforma?
La riforma sul presidenzialismo di FdI
Un presidente della Repubblica eletto ogni cinque anni dai cittadini, che presiede il Consiglio dei ministri e può revocare i ministri. Ecco il presidenzialismo targato Fratelli d'Italia, come emerge dalla proposta di legge a firma Giorgia Meloni presentata nell'ultima legislatura e bocciata a maggio in Aula alla Camera. Promette di essere la base di lavoro per la riforma che il centrodestra vuole approvare dopo le elezioni e che secondo Silvio Berlusconi avrebbe come conseguenza le dimissioni di Sergio Mattarella per permettere al nuovo sistema di essere applicato.
Una forma di "semipresidenzialismo" più vicino al modello francese che a quello americano, appunto, dal momento che conserva una figura di primo ministro e un governo sottoposto a fiducia delle Camere. Una riforma che consenta all'Italia di passare da una "democrazia interloquente" ad una "democrazia decidente".
L'elezione diretta
FdI propone l'elezione diretta del capo dello Stato, con la possibilità di candidarsi a partire dai 40 anni di età (oggi gli anni sono 50) e svolgere un mandato di cinque anni (oggi sono sette) con possibilità di essere rieletti una volta sola. Oggi il presidente della Repubblica è eletto dal Parlamento in seduta comune, integrato dai rappresentanti degli enti locali. Secondo la proposta di FdI sarebbe il presidente del Senato a indire l'elezione e le candidature potrebbero essere presentate da un gruppo parlamentare, da duecentomila elettori o da gruppi di parlamentari, europarlamentari, consiglieri regionali. Una legge dovrebbe regolare finanziamenti della campagna elettorale e la par condicio tv. Sarebbe eletto chi ottiene il 50% + 1 dei voti validi, al primo turno o al ballottaggio tra i due più votati al primo turno.
I poteri
Nel sistema attuale il presidente della Repubblica, che è il capo dello Stato, è la massima figura di garanzia. Nel disegno di FdI continuerebbe a "rappresentare l'unità della Nazione" e ne garantirebbe "l'indipendenza", vigilerebbe sul rispetto della Costituzione. Ma il suo ruolo non sarebbe più separato da quello del governo, anche se continuerebbe ad avere il potere di sciogliere le Camere. Non presiederebbe più il Consiglio superiore della magistratura, che sarebbe guidata dal primo presidente della Corte di Cassazione. Avrebbe il comando delle forze armate, come adesso. In più rappresenterebbe l'Italia "in sede internazionale ed europea".
Il centrosinistra non è d'accordo
Il centrosinistra però non ci sta. "Saremo contrari al suo disegno presidenzialista", ha detto ieri Enrico Letta nelle dichiarazioni di voto alla Camera sulla fiducia al governo. Il segretario del Pd è contrario da sempre: "Non si tocca il cuore della Carta", aveva ripetuto più volte durante la campagna elettorale. Netto anche il senatore dem, Dario Parrini: "Se la base è l'elezione diretta del capo dello Stato e la sparizione di una figura di garanzia com'è il presidente della Repubblica attuale, siamo contrari". Tranchant il deputato di Pd-Articolo 1 Federico Fornaro: il presidenzialismo "travolgerebbe completamente l'impianto di pesi e contrappesi e imporrebbe una riscrittuta della Costituzione. Personalmente oggi non vedo un clima costituente". E alla mano tesa dal governo, replica così: "Per quanto mi riguarda, è una proposta irricevibile". Resta distante pure il M5S. E nei corridoi parlamentari non mancano le voci di chi quasi avverte il governo a non promuovere riforme costituzionali di questa portata a colpi di maggioranza. Insomma, nessun avventurismo sulla Carta, meglio concentrarsi su altre urgenze come la sfiducia costruttiva per rendere più stabili gli esecutivi. Più collaborativo invece il Terzo polo. "Noi ci saremo sul confronto", conferma Ettore Rosato e la capogruppo di Italia viva al Senato ricorda che il modello renziano è quello del cosiddetto 'sindaco d'Italià ma ciò non toglie che "un tavolo sulle riforme complessive non ci spaventa. Le regole vanno scritte insieme".