✕

Csm, le riforme e le aperture dal Pd

Fabio Pinelli, eletto vicepresidente del Csm (fotogramma)

Ascolta l'audio

Stefano Bonaccini ha evitato il muro contro muro sulle intercettazioni. Un altro terreno propizio per misurare se esiste una volontà di dialogo è il presidenzialismo
2 minuti di lettura

Con qualche malizia si potrebbe sostenere che il Matteo Salvini rassicurante degli ultimi giorni ("attenzione a non alimentare lo scontro con la magistratura") fosse soprattutto preoccupato di non creare ostacoli dell'ultim'ora all'avvocato Pinelli, nuovo vicepresidente del Csm: una figura di professionista stimato e, come si dice in questi casi, di "area leghista".

Un successo anche salviniano, va detto: dopo anni il centrodestra può dire di avere un proprio rappresentante al vertice di uno dei principali organismi istituzionali, nel momento in cui aleggia l'ipotesi di una riforma della giustizia ambiziosa - benché ancora imprecisata.

È significativo come il neo vicepresidente si sia affrettato a mettere in chiaro che "non saremo obliqui o poco trasparenti, serve condivisione". Segno che è consapevole della responsabilità sulle sue spalle, con una magistratura bisognosa di ritrovare credibilità …

Con qualche malizia si potrebbe sostenere che il Matteo Salvini rassicurante degli ultimi giorni ("attenzione a non alimentare lo scontro con la magistratura") fosse soprattutto preoccupato di non creare ostacoli dell'ultim'ora all'avvocato Pinelli, nuovo vicepresidente del Csm: una figura di professionista stimato e, come si dice in questi casi, di "area leghista".

Un successo anche salviniano, va detto: dopo anni il centrodestra può dire di avere un proprio rappresentante al vertice di uno dei principali organismi istituzionali, nel momento in cui aleggia l'ipotesi di una riforma della giustizia ambiziosa - benché ancora imprecisata.

È significativo come il neo vicepresidente si sia affrettato a mettere in chiaro che "non saremo obliqui o poco trasparenti, serve condivisione". Segno che è consapevole della responsabilità sulle sue spalle, con una magistratura bisognosa di ritrovare credibilità proprio per tutelare quell'indipendenza richiamata da Mattarella. Quindi riforme: e per quanto possibile, riforme discusse in Parlamento con l'intento di evitare strappi pericolosi nel tessuto istituzionale.

Qui il Quirinale e la presidente del Consiglio hanno usato toni abbastanza simili, ma è chiaro che la strada è in salita se si vuole davvero affrontare la materia cruciale dell'ordinamento giudiziario (e presto capiremo con quali obiettivi).

In ogni caso la novità del Csm rispecchia come poche altre la svolta del 25 settembre, ammesso che si voglia imboccare la via riformista e non quella meramente declamatoria.

È interessante sotto questo aspetto che Stefano Bonaccini, il candidato favorito per la segreteria del Pd, abbia aperto nei giorni scorsi uno spiraglio sul tema delle intercettazioni: uno degli snodi della futura riforma, certo il più controverso e sensibile sul piano mediatico. Invece di scegliere la strategia del muro contro muro, Bonaccini dichiara di essere pronto "a collaborare con chiunque per una riforma garantista che non intralci il lavoro dei magistrati".

Solo parole, giochi tattici? Può darsi, ma sembra che il presidente dell'Emilia-Romagna voglia evitare le chiusure pregiudiziali. Una linea opposta a quella dei 5S e meno vaga di quella attribuita alla sua principale concorrente, Elly Schlein.

In sostanza Bonaccini cerca di sottrarsi all'abbraccio dei Cinque Stelle, senza paura di ritrovarsi stavolta in compagnia di Renzi e Calenda: i più espliciti, dall'opposizione, a sostegno di Nordio sul punto delle intercettazioni.

Altro terreno propizio per misurare se esiste una qualche volontà di dialogo (e al momento, sia chiaro, prevale lo scetticismo) è quello del cosiddetto "presidenzialismo". Siamo molto lontani da qualsiasi sbocco concreto, ma il solo fatto che si stia avviando la ricognizione del ministro Casellati attira una certa attenzione.

Anche qui il Pd potrebbe trincerarsi dietro il non possumus, invece sta mettendo in campo fra molte cautele il cosiddetto "premierato". Che non è, fa notare giustamente il senatore Parrini, l'elezione diretta del presidente del Consiglio, bensì una sorta di via italiana al "cancellierato" come esiste in Germania (corredato in primo luogo dalla "sfiducia costruttiva"). Il Pd non solo potrebbe accettare di discutere del tema intorno a un tavolo, ma avrebbe qualche buon argomento per far pendere la bilancia dalla sua parte.

Il presidenzialismo, sia pure alla francese, è un tema suggestivo, oltre che una vecchia bandiera della destra. Ma l'altra ipotesi, il "premierato", otterrebbe quasi gli stessi scopi, senza tuttavia approfondire i solchi politici. E permettendo al Pd, se e quando vorrà, di prendere le distanze dall'intransigenza "grillina".

Un'annotazione: anche su questa riforma tutta da scrivere, Renzi è stato svelto nell'indicare per tempo il suo consenso al premier forte dotato di poteri effettivi, anziché al presidente eletto dal popolo. Ed è un altro segnale.