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La Siria dimenticata ora riemerge tra le macerie

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La situazione post-terremoto è drammatica anche per il controllo sul territorio e il passaggio degli aiuti
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In Siria la tragedia del terremoto si sta trasformando in un derby tra potenziali donatori e, vista da Damasco, in una partita che potrebbe valere il riconoscimento internazionale della “sovranità” del regime anche sulle aree ribelli: un calcolo cinico, animato da una mal riposta assertività. Il problema riguarda sostanzialmente la pretesa di Damasco di “autorizzare” e distribuire gli aiuti internazionali sull’intero territorio ivi incluse le aree non controllate, in particolare il nord-ovest, la regione di Idlib e interi quartieri di Aleppo, le zone più colpite. È a Idlib che il terremoto ha creato più vittime e danni, ed è lì che a suo tempo Assad ha dirottato forzatamente ribelli da altre aree, mano a mano che il soccorso russo-iraniano gli ha consentito di ripristinare il controllo su larga parte del paese. L’area di Idlib è quindi sovraffollata, si stimano 4 milioni di persone.

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In Siria la tragedia del terremoto si sta trasformando in un derby tra potenziali donatori e, vista da Damasco, in una partita che potrebbe valere il riconoscimento internazionale della “sovranità” del regime anche sulle aree ribelli: un calcolo cinico, animato da una mal riposta assertività. Il problema riguarda sostanzialmente la pretesa di Damasco di “autorizzare” e distribuire gli aiuti internazionali sull’intero territorio ivi incluse le aree non controllate, in particolare il nord-ovest, la regione di Idlib e interi quartieri di Aleppo, le zone più colpite. È a Idlib che il terremoto ha creato più vittime e danni, ed è lì che a suo tempo Assad ha dirottato forzatamente ribelli da altre aree, mano a mano che il soccorso russo-iraniano gli ha consentito di ripristinare il controllo su larga parte del paese. L’area di Idlib è quindi sovraffollata, si stimano 4 milioni di persone.

Ma chi controlla il territorio? Formalmente la Turchia, che nel maggio 2017 ha ottenuto una sorta di “delega” dalla Russia, ma di fatto le milizie di Hayat Tahrir Al-Sham, certificate a tutti gli effetti come terroristi in ragione dell’affiliazione ad Al Qaida o Isis. Il derby tra donatori riguarda quanti, soprattutto in Occidente, non intendono sottostare alle condizioni di Assad e quanti invece ritengono di soprassedere di fronte all’immane tragedia umanitaria e, non ultimo, all’opportunità di estendere la propria influenza in area a futura memoria. Damasco si è appellata anzitutto alle Nazioni Unite, ma non a caso ha rapidamente incassato, oltre alla solidarietà scontata di Russia e Iran, quella di Cina e di taluni Paesi arabi, ivi incluso Egitto e Arabia Saudita che fino a ieri consideravano Assad un paria da debellare in funzione anti-iraniana. In altri termini, una Siria “contesa” tra protagonisti regionali e non, nulla di nuovo. Se qualcuno sperava che la catastrofe potesse essere un game-changer e aprire la strada a una composizione dei conflitti in nome della solidarietà umana deve ricredersi, costatando piuttosto una riproposizione della competizione in corso da anni, questa volta sotto mentite spoglie di un afflato umanitario. La novità, semmai, è che anche Israele, pur essendo tecnicamente in guerra e non avendo risparmiato in questi anni bombardamenti a depositi militari e convogli iraniani in transito verso gli Hezbollah libanesi, ha esteso a Damasco un’offerta di aiuto. E che la stessa Turchia, che fino a ieri prospettava una quarta incursione militare nel Nord siriano per proteggere i propri confini dalle milizie curde accusate di connivenza con i terroristi del Pkk, ha consentito allo sgombero di macerie nell’unico passaggio di frontiera utile a trasbordare gli aiuti via terra, il valico di Bab al-Hawa. Il “problema curdo” per Erdogan resta attuale, anche se ora la priorità non può che essere l’immane distruzione del terremoto, nel contesto di un’economia già disastrata, alla vigilia di elezioni che dovrebbero confermarlo alla guida del paese. La questione è rinviata. E dipenderà anche dal processo di avvicinamento che lo stesso Erdogan stava avviando con Assad e che dovrebbe, nelle sue intenzioni, deferire a Damasco il compito di contenere curdi e jihadisti smantellandone le milizie.


Assad ha atteso giorni per chiamare in causa Europa e Stati Uniti, sciogliendo le sue riserve solo di fronte all’evidente incapacità di gestirne le dimensioni. L’Unione Europea e i singoli Stati Membri inclusa l’Italia del Governo Meloni stanno mobilitandosi. Gli stessi Stati Uniti intendono farlo “indipendentemente da chi controlla il territorio”, e pensando anche a una sospensione parziale delle sanzioni unilaterali. Damasco non sarà in grado di frapporre condizioni o scambiare l’accesso ai terremotati con una riabilitazione del regime. Non funzionerà. Nel frattempo, le vittime si contano a migliaia, gli sfollati a decine di migliaia. Uno scenario che si sovrappone drammaticamente a quello ereditato da anni di ribellioni, repressioni, e conflitti per interposta persona. E che ha privato un paese a medio reddito con ventitrè milioni di abitanti del suo futuro, registrando mezzo milione di morti e il dislocamento di metà della popolazione. Molti attraverso la cosiddetta rotta balcanica o quella mediterranea, e quasi quattro milioni riparati in Turchia, peraltro ricompensata dall’Europa con la generosa quanto calcolata intesa del marzo 2016. Già prima del terremoto, il 90% della gente viveva in povertà assoluta, con infrastrutture distrutte, un sistema sanitario fatiscente, migliaia di casi di colera. Soccorsa solo da caritatevoli “corridoi umanitari” organizzati dalle Chiese cristiane. L’avevamo quasi dimenticata, questa Siria. Eccola riemergere tra cumuli di macerie.