In Siria la tragedia del terremoto si sta trasformando in un derby tra potenziali donatori e, vista da Damasco, in una partita che potrebbe valere il riconoscimento internazionale della “sovranità” del regime anche sulle aree ribelli: un calcolo cinico, animato da una mal riposta assertività. Il problema riguarda sostanzialmente la pretesa di Damasco di “autorizzare” e distribuire gli aiuti internazionali sull’intero territorio ivi incluse le aree non controllate, in particolare il nord-ovest, la regione di Idlib e interi quartieri di Aleppo, le zone più colpite. È a Idlib che il terremoto ha creato più vittime e danni, ed è lì che a suo tempo Assad ha dirottato forzatamente ribelli da altre aree, mano a mano che il soccorso russo-iraniano gli ha consentito di ripristinare il controllo su larga parte del paese. L’area di Idlib è quindi sovraffollata, si stimano 4 milioni di persone.
In Siria la tragedia del terremoto si sta trasformando in un derby tra potenziali donatori e, vista da Damasco, in una partita che potrebbe valere il riconoscimento internazionale della “sovranità” del regime anche sulle aree ribelli: un calcolo cinico, animato da una mal riposta assertività. Il problema riguarda sostanzialmente la pretesa di Damasco di “autorizzare” e distribuire gli aiuti internazionali sull’intero territorio ivi incluse le aree non controllate, in particolare il nord-ovest, la regione di Idlib e interi quartieri di Aleppo, le zone più colpite. È a Idlib che il terremoto ha creato più vittime e danni, ed è lì che a suo tempo Assad ha dirottato forzatamente ribelli da altre aree, mano a mano che il soccorso russo-iraniano gli ha consentito di ripristinare il controllo su larga parte del paese. L’area di Idlib è quindi sovraffollata, si stimano 4 milioni di persone.
Assad ha atteso giorni per chiamare in causa Europa e Stati Uniti, sciogliendo le sue riserve solo di fronte all’evidente incapacità di gestirne le dimensioni. L’Unione Europea e i singoli Stati Membri inclusa l’Italia del Governo Meloni stanno mobilitandosi. Gli stessi Stati Uniti intendono farlo “indipendentemente da chi controlla il territorio”, e pensando anche a una sospensione parziale delle sanzioni unilaterali. Damasco non sarà in grado di frapporre condizioni o scambiare l’accesso ai terremotati con una riabilitazione del regime. Non funzionerà. Nel frattempo, le vittime si contano a migliaia, gli sfollati a decine di migliaia. Uno scenario che si sovrappone drammaticamente a quello ereditato da anni di ribellioni, repressioni, e conflitti per interposta persona. E che ha privato un paese a medio reddito con ventitrè milioni di abitanti del suo futuro, registrando mezzo milione di morti e il dislocamento di metà della popolazione. Molti attraverso la cosiddetta rotta balcanica o quella mediterranea, e quasi quattro milioni riparati in Turchia, peraltro ricompensata dall’Europa con la generosa quanto calcolata intesa del marzo 2016. Già prima del terremoto, il 90% della gente viveva in povertà assoluta, con infrastrutture distrutte, un sistema sanitario fatiscente, migliaia di casi di colera. Soccorsa solo da caritatevoli “corridoi umanitari” organizzati dalle Chiese cristiane. L’avevamo quasi dimenticata, questa Siria. Eccola riemergere tra cumuli di macerie.