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Se dimettersi non è perdere

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Le premier di Nuova Zelanda e Scozia, Ardern, Sturgeon, la ceo di YouTube Wojcicki lasciano i loro incarichi. Sopravvivere può diventare un gioco al massacro
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Si può deridere la scelta di chi rinuncia a un incarico di potere. Di chi lascia il lavoro, si dimette, scala la marcia e prova a cercare un equilibrio proprio. Un tempo fatto anche di attenzione alle persone vicine, a se stessi, alla cura delle piccole cose che danno gioia. "La vita è breve e sempre grave il ritardo", per dirlo con le parole di Amelia Rosselli, poeta. Se poi a rinunciare è una donna si può fare del sarcasmo, certo, è la via più semplice per liquidare la faccenda: vedete, non ce la fanno. Hanno preteso l'uguaglianza e poi non reggono la pressione. Non sono adatte, è evidente. Prime ministre, amministratrici delegate, famose giornaliste. Tornano a casa, alla fine. In fondo è normale, no? È la natura delle cose.

Si può deridere la scelta di chi rinuncia a un incarico di potere. Di chi lascia il lavoro, si dimette, scala la marcia e prova a cercare un equilibrio proprio. Un tempo fatto anche di attenzione alle persone vicine, a se stessi, alla cura delle piccole cose che danno gioia. "La vita è breve e sempre grave il ritardo", per dirlo con le parole di Amelia Rosselli, poeta. Se poi a rinunciare è una donna si può fare del sarcasmo, certo, è la via più semplice per liquidare la faccenda: vedete, non ce la fanno. Hanno preteso l'uguaglianza e poi non reggono la pressione. Non sono adatte, è evidente. Prime ministre, amministratrici delegate, famose giornaliste. Tornano a casa, alla fine. In fondo è normale, no? È la natura delle cose.


Esiste però un'altra possibilità, vale la pena prenderla in esame come fosse la controprova di un esperimento scientifico. Esiste la possibilità che il problema non sia la presunta debolezza di chi rinuncia per l'eccessiva pressione, ma - invece - l'eccessiva pressione. Può darsi, no? Può darsi che i segnali che arrivano in ordine sparso, dagli angoli dei cinque continenti, ci stiano dicendo che siamo arrivati al limite: un punto di non ritorno oltre il quale questo modo feroce di concepire la competizione va in loop, si avvita su se stesso, gira a vuoto e rompe l'ingranaggio. Potrebbe essere la crepa che segnala la fine di un'epoca. Come quando hai dato troppa potenza, troppo calore al motore, e si fonde. Segni, segnali. Non sono solo le donne a rinunciare, vacillare. John Fetterman, senatore democratico della Pennsylvania, 53 anni, è stato ricoverato l'altro giorno per depressione. Un uomo forte, corpulento, noto per le sue doti di determinazione. Potrebbero esserci "forti stress e tensioni" all'origine del suo cedimento, dicono le cronache. La depressione è una malattia, certo. Ma il corpo e la mente, la razionalità e le emozioni abitano la stessa persona: difficile pensare che non ci sia relazione fra quel che ti accade nella vita e quel che il tuo fisico manifesta, in reazione. Leggo l'articolo di Internazionale che dedica la copertina alla depressione. Sorrido quando nello spelling qualcuno dice X come Xanax, P come Prozac. Succede sovente. Riascolto le parole della studentessa di Padova sui suicidi degli universitari, ripasso i dati sugli episodi di autolesionismo giovanile, gli ospedali non hanno più posto. Guardo le infografiche sull'alcolismo fra gli adolescenti. È sempre stato così? Non so dire. Un tempo non lontano si moriva di eroina, è vero. Ma l'alcol è più subdolo, è alla portata di tutti, non uccide subito. Magari non uccide affatto, si limita a stordire.

Ho conservato una statistica della Aidp, Associazione italiana direzione personale, di qualche mese fa: le dimissioni volontarie dal lavoro riguardano il 60 per cento delle aziende e sono diffuse nella fascia d'età fra 26 e 35 anni. Se ne vanno perché cercano "un maggior equilibrio fra vita privata e lavoro". Mi colpisce che abbiano un lavoro da cui dimettersi, i venti-trentenni, ma si vede che ce ne sono. Lo lasciano, tuttavia. Non vale la pena. Mi torna sempre più spesso in mente quel che diceva Lisetta Carmi, artista luminosa e profetica, nei suoi ultimi mesi di vita: "Questo mondo sta finendo, è già finito. Non si può curare, non vedi? Ne verrà un altro, dopo. Sarà nuovo e sarà migliore. È questione di poco tempo: io non lo vedrò ma voi sì, non manca molto". Mi domando se quando Jacinda Ardern, ex premier neozelandese, Nicola Sturgeon, ex premier scozzese, Susan Wojcicki, ceo di YouTube, lasciano per "stanchezza e sopraffazione", annunciano di voler dedicare tempo, arrivate alla metà della loro vita, a "progetti personali, affetti e salute" non ci stiano parlando di quel che vorremmo profondamente tutti noi. "Sono stata un politico per tutta la vita, ora voglio occuparmi di me come essere umano", ha detto Sturgeon. C'è qualcosa di sbagliato in lei o c'è qualcosa di sbagliato nel fatto che occuparsi di politica, cioè del bene degli altri, sia incompatibile con la cura di se stessi - dell'essere umano che siamo?


Viviamo in una società inquieta, instabile e violenta. È un'epoca di declino, tracotante e debole insieme. Un tempo tragico - se solo ci fosse uno Shakespeare a raccontarlo. Bisogna starci, evidentemente, questo è il campo e questo il gioco: nessuno può evitarlo, si direbbe, ma tuttavia qualcuno inizia a togliersi dal flusso e lo dice, si segnala. Mostra che volendo si può fare non un passo indietro ma di lato: sottrarsi alla rabbia, al risentimento, all'ansia. Alla frustrazione di non riuscire a cambiare il corso delle cose. Forse non puoi modificare la vita degli altri ma puoi cominciare dalla tua. Riconnetterti con le ragioni delle cose. Ho riletto in questi giorni Dalla parte delle bambine, libro che Elena Gianini Belotti scrisse cinquant'anni fa. A proposito di donne, tornando da capo: a proposito della radice profonda della nostra cultura. Ve lo consiglio, non molto è cambiato in cinquant'anni a parte la violenza, il rumore dei social, il tribunale permanente sempre attivo di chi non si pone mai una domanda, ha soltanto certezze e sentenze. Il gioco del potere è sempre stato feroce, è il cinismo la sua cifra, ma ora c'è qualcosa di più. Il collasso della conoscenza, il declino dei saperi, l'incompetenza e insieme la tirannia della popolarità sul web, indistinta. Il commercio dei dati, la supremazia del fatturato pubblicitario, l'influenza di chi vende se stesso e tutti a pendere dalle loro labbra. Ma il coraggio si chiama così quando ci perdi, non quando ci guadagni. Quando rinunci e rischi in nome di qualcosa, non quando metti a profitto.

Per questo, credo, chi oggi dice lascio, non m'importa dei soldi, non m'importa del potere e del consenso, vado a cercare qualcosa che rende meno ma vale di più, andrebbe osservato, ascoltato. Non deriso come perdente perché magari ci sta indicando la rotta, la via d'uscita. Chi sopravvive ha vinto, nei videogiochi. Può darsi che sopravvivere e vincere sia uscire dal gioco, se è un gioco al massacro. È un'ipotesi.