Paolo Conte alla Scala, così si può salvare la lirica
di Corrado Augias , di Corrado AugiasComunque la si pensi, la questione sollevata da Piero Maranghi sul quotidiano Il Foglio a proposito della presenza di Paolo Conte alla Scala non è pretestuosa, non è un attacco né un oltraggio. È una rispettabile opinione, al limite un atto d'amore, da parte di un professionista che sa di che cosa parla, al contrario di alcuni intervenuti successivamente con toni non sempre adeguati.
Comunque la si pensi, la questione sollevata da Piero Maranghi sul quotidiano Il Foglio a proposito della presenza di Paolo Conte alla Scala non è pretestuosa, non è un attacco né un oltraggio. È una rispettabile opinione, al limite un atto d'amore, da parte di un professionista che sa di che cosa parla, al contrario di alcuni intervenuti successivamente con toni non sempre adeguati.
L'argomento sollevato si presta a qualche considerazione di carattere generale sul teatro lirico, genere prezioso, costoso, decisamente minoritario, sostanzialmente ignorato dalle più giovani generazioni.
L'opera lirica, ovvero il "recitar cantando", è nata qui, favorita dalla diffusa inclinazione popolare alla manifestazione pubblica dei sentimenti. Noi possiamo dire della lirica quello che i latini dicevano della satira: tota nostra est.
Fin dall'inizio però è stata un'impresa antieconomica e tale continua ad essere. Se si pensa al numero di persone coinvolte in uno spettacolo tra compagnia di canto, orchestra, coro, balletto, figuranti, tecnici e - prima ancora che si alzi il sipario - al lavoro dei laboratori di scenografia e costumi, infine alla diarchia di vertice - direttore d'orchestra, regista - si capisce come non di rado il numero delle persone che compaiono alla fine per i ringraziamenti equivalga e talvolta superi quello degli spettatori. Il dato ovviamente varia, dipende alle dimensioni del teatro, dalle presenze effettive.
Un rapporto dell'Economist di qualche anno fa dava un tasso di saturazione media dei teatri intorno al 45 per cento. Ci sono ovviamente le eccezioni; il Boris di Musorgskij che ha aperto l'ultima stagione scaligera ha avuto poco meno di 2 mila presenze alla "prima" con un incasso di 2 milioni e mezzo di euro.
Ottimi anche i risultati degli spettacoli estivi a Caracalla. Nell'ultima stagione, l'Opera di Roma nelle 32 serate di opera e balletto ha contato 110 mila spettatori. In Italia si contano ben 14 Fondazioni lirico-sinfoniche, forniscono 23 recite per milione di cittadini. Poche rispetto alle 139 dell'Austria, 84 della Svizzera, 83 della Germania e via dicendo.
L'Opera insomma resta un lusso, consentito una volta dalla benevolenza del principe, oggi dalle sovvenzioni dello Stato, dall'eventuale generosità dei privati, dai contributi degli sponsor, beninteso in cambio di pubblicità.
Maranghi ha sorretto il suo punto di vista ricordando, tra l'altro, come il leggendario sovrintendente Antonio Ghiringhelli negò a suo tempo il permesso di proiettare in teatro il capolavoro Tempi moderni in occasione di un premio che Milano conferiva a Charlie Chaplin. Il teatro, obiettò Ghiringhelli ai rappresentanti del Comune, ha una funzione diversa. Alla fine, si trovò una diversa dignitosissima soluzione con Carla Fracci protagonista di Giselle.
Questo però avveniva nel 1971, nel successivo mezzo secolo, più volte il teatro ha dovuto rinunciare alla sua diciamo "sacralità" in nome di quei denari senza i quali il Tempio andrebbe in rovina peggio che sotto i bombardamenti. Nella guerra ci fu dramma, consapevolezza, rinascita. Nella rovina di un teatro senza mezzi adeguati ci sarebbe declino, malinconia, abbandono.
Maranghi tutto questo lo sa benissimo, tant'è vero che nella sua lettera ha immaginato un furente Paolo Grassi che "prenderebbe a calci i responsabili delle varie amenità che popolano da oltre un decennio il Teatro alla Scala".
Non ne sono così sicuro. Ho conosciuto bene Grassi e assistito più volte ai suoi furori, accesi ma anche molto calcolati; era anche lui un uomo di teatro, soprattutto era un accorto gestore consapevole che quando servono denaro o popolarità (per il teatro) si può anche non guardare tanto per il sottile.
Perché cito questi dati a proposito dell'intervento su Paolo Conte? Perché l'amore di Maranghi - più modestamente quello del sottoscritto - per questo genere di spettacolo così vicino alla nostra psicologia collettiva (le lacrime, le urla, gli applausi ai defunti) non può prescindere dalle condizioni che permettono di tenerla viva l'opera, cioè soldi e non eccessiva distanza dalla sensibilità contemporanea.
Non vuol dire certo che le porte della Scala, o di un qualunque altro teatro, debbano essere aperte a chiunque. Vuol dire solo che ragionate eccezioni alla tradizione e alla routine vanno messe nel conto e che - per accennare a un'altra dibattuta questione - i tentativi registici di "aggiornare" queste vecchie storie vanno valutati solo in base alla loro pertinenza e qualità e non come una violazione alla sacralità del canone. Anche la presenza di un artista pop dev'essere valutata esclusivamente in base al livello delle sue creazioni.
Qui arriva un aspetto interessante. Se Paolo Conte ha qualità narrative e di musicista indiscutibili, come valutare chi volesse infilarsi nel varco aperto dalla sua presenza? Maranghi ha ragione quando scrive: "Il precedente è assai pericoloso". Milena Gabanelli, su Repubblica, ha condiviso: "Siamo certi che, una volta avviato il "liberi tutti", esistano freni alle pressioni e richieste di coloro che aspirano a quel palcoscenico e dei loro padrini?". Già, i freni. Tanto più che di "padrini", famelici, se ne vedono parecchi in giro.