Per chi combatte l'Ucraina
di Gianni Riotta , di Gianni RiottaLa guerra in Ucraina non comincia l’anno scorso, 24 febbraio, quando i paracadutisti di Vladimir Putin, al comando del generale Valery Gerasimov, si illusero di occupare, in poche ore, Hostomel, l’aeroporto di Kiev, uccidendo, o catturando, il legittimo presidente Volodymyr Zelensky, lanciando dalla tv un proclama dell’ex presidente filorusso Viktor Yanukovych, per un governo pupazzo del Cremlino, in combutta con il parlamentare putiniano Viktor Medvedchuck. Il vero incipit delle ostilità data all’agosto del 2013, quando il presidente americano Barak Obama, capovolgendo la sua prima decisione, non interviene in Siria, a contrastare l’uso di armi chimiche del regime di Bashar al-Assad contro i civili, spalleggiato da truppe russe. Dopo un discorso di Papa Francesco, e il voto del Parlamento britannico, 285 a 272, contro la partecipazione al blitz, Obama fa marcia indietro, amareggiando, testimonia il consigliere Ben Rhodes, la stessa amministrazione…
La guerra in Ucraina non comincia l’anno scorso, 24 febbraio, quando i paracadutisti di Vladimir Putin, al comando del generale Valery Gerasimov, si illusero di occupare, in poche ore, Hostomel, l’aeroporto di Kiev, uccidendo, o catturando, il legittimo presidente Volodymyr Zelensky, lanciando dalla tv un proclama dell’ex presidente filorusso Viktor Yanukovych, per un governo pupazzo del Cremlino, in combutta con il parlamentare putiniano Viktor Medvedchuck. Il vero incipit delle ostilità data all’agosto del 2013, quando il presidente americano Barak Obama, capovolgendo la sua prima decisione, non interviene in Siria, a contrastare l’uso di armi chimiche del regime di Bashar al-Assad contro i civili, spalleggiato da truppe russe. Dopo un discorso di Papa Francesco, e il voto del Parlamento britannico, 285 a 272, contro la partecipazione al blitz, Obama fa marcia indietro, amareggiando, testimonia il consigliere Ben Rhodes, la stessa amministrazione.
A Mosca, Vladimir Vladimirovich Putin legge nella ritirata di Obama la conferma alla sua tesi identitaria sull’Occidente corrotto, debole, vile, non più disposto a battersi per i propri valori, e neppure per le proprie scelte strategiche e diplomatiche. In una serie di conciliaboli con il banchiere Yuri Kovalchuck, di Rossiya Bank, Putin immagina il ritorno della Grande Russia, con il ministro degli Esteri Sergei Lavrov, citato dal Financial Times, a bofonchiare “gli son rimasti tre ministri, Ivan il Terribile, Pietro il Grande, Caterina la Grande”.
Certo che né Usa né Unione Europea reagiranno, con l’ex cancelliere tedesco Schroeder a guidare la lobby pronta a investire nel gas a basso costo in cambio di omertà politica, Putin occupa la Crimea nel 2014, violando gli accordi di Budapest, con cui l’Ucraina rinunciava all’arsenale nucleare, in cambio di rispetto dei confini. La mancanza di reazione occidentale entusiasma Putin, finalmente libero di riportare la guerra ai confini della Nato.
Putin perderà invece la guerra lampo in Ucraina, il piano Gerasimov fallisce sulle piste dell’aeroporto Hostomel, quando Zelensky rifiuta l’offerta del presidente Biden di lasciare il Paese e la resistenza delle forze armate e dei civili fa sì che nessuna grande città cada, tranne, per otto mesi, Kherson, grazie a politici collaborazionisti. Con un prezzo di sangue fino a 200.000 caduti, le forze armate allo stremo, i galeotti a rinforzare i mercenari della milizia Wagner, l’economia che resiste con il contrabbando alle sanzioni, ma alla lunga paga un duro prezzo, mentre l’Europa si svezza dal gas e Joe Biden vola a Kiev, come Kennedy e Reagan a Berlino, a confermare la solidarietà Usa, mentre le menti migliori abbandonano il Paese, a Putin non restano che la guerra di posizione e la macabra minaccia di conflitto nucleare.
Martedì scorso, il presidente russo revoca dunque un decreto del 2012 che, in qualche misura, lasciava alla vicina Moldavia il diritto di risolvere il futuro della regione Transnistria, territorio secessionista spalleggiato da Mosca, facendo intendere che quel confine storico potrebbe essere scena di una nuova avventura coloniale. Altre fonti guardano preoccupate verso l’enclave russa di Kaliningrad, innervata sul territorio Nato della vecchia Prussia cara al filosofo Kant, o perfino a provocazioni contro i Paesi baltici.
Il sacrificio ucraino di quest’anno, e l’appoggio militare e umanitario (il settimanale Vita, diretto da Stefano Arduini, ha censito la straordinaria solidarietà civile italiana verso Kiev), fino al viaggio della premier Giorgia Meloni fra gli orrori delle stragi, con le fosse comuni a Bucha, impediscono a Putin di ripetere l’offensiva dissennata del 2014, dopo la ritirata di Obama in Siria. Nelle trincee del Donbass, davanti a Kherson, in Donetsk, tra i palazzi in stile italiano di Odessa, si scongiura combattendo, come in Spagna nel 1936, una possibile III guerra mondiale. Un negoziato diplomatico, o almeno una tregua in armi, restano auspicabili, ma non sono vicini, vuoi per l’assenza della Cina dal tavolo, vuoi perché lo scacco subito in campo da Putin gli impedisce di fermarsi, ma anche di attaccare altrove. Non chiedetevi dunque per chi si battano gli ucraini, in una guerra che ci avevano spiegato non sarebbe mai scoppiata, era solo bluff di Putin e fake news di Biden: essi si battono per tutti noi.
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