"La casa brucia", come ci ha gridato qualche anno fa Greta Thunberg, ma per la maggior parte di noi la vita continua esattamente come prima. Se davvero la transizione ecologica deve essere "lacrime e sangue", come ci ha gentilmente avvisato il precedente ministro, allora fatela voi che noi abbiamo già i nostri problemi. Quanto a "combattere il cambiamento climatico", la verità, come recita una bella canzone, è che spesso si parte per scalare le montagne e poi ci si ferma al primo ristorante e non ci si pensa più. Cambiare il mondo è faticoso, se non sai come farlo. Quando Elly Schlein, alla sua prima uscita da segretaria del Partito democratico, afferma che occorre rendere questi argomenti "popolari, socialmente desiderabili", fotografa esattamente il problema: per vincere questa partita, fondamentale non solo per il Pd, ma per la sopravvivenza stessa dell'umanità su questo pianeta, serve una nuova s…
"La casa brucia", come ci ha gridato qualche anno fa Greta Thunberg, ma per la maggior parte di noi la vita continua esattamente come prima. Se davvero la transizione ecologica deve essere "lacrime e sangue", come ci ha gentilmente avvisato il precedente ministro, allora fatela voi che noi abbiamo già i nostri problemi. Quanto a "combattere il cambiamento climatico", la verità, come recita una bella canzone, è che spesso si parte per scalare le montagne e poi ci si ferma al primo ristorante e non ci si pensa più. Cambiare il mondo è faticoso, se non sai come farlo. Quando Elly Schlein, alla sua prima uscita da segretaria del Partito democratico, afferma che occorre rendere questi argomenti "popolari, socialmente desiderabili", fotografa esattamente il problema: per vincere questa partita, fondamentale non solo per il Pd, ma per la sopravvivenza stessa dell'umanità su questo pianeta, serve una nuova storia da raccontare.
Non bastano purtroppo gli allarmi degli scienziati. Non bastano i giovani di tutto il mondo in piazza (a proposito: di nuovo il 3 marzo, in bocca al lupo ragazzi). Non bastano nemmeno il caldo insopportabile della scorsa estate, la fine della neve in molte località, la siccità iniziata a febbraio e le piogge che a volte sembrano uragani. Non bastano e non è nemmeno colpa nostra, siamo fatti così, si è visto con la pandemia. Oscilliamo fra denial and panic: minimizzare fino a che è possibile salvo farsi prendere dal panico quando è troppo tardi. La frase "è solo una influenza", ripetuta autorevolmente quando il virus Covid 19 era già tra noi, è mossa dagli stessi meccanismi psicologici di chi giura che "ha sempre fatto caldo". In entrambi i casi poi la reazione è rafforzata dal fatto che le azioni necessarie per contrastare il problema comportano nuovi stili di vita. Il nuovo fa paura e la paura genera slogan di facile presa: "Con le auto elettriche perderemo posti di lavoro!", "Con le case ecologiche pagheremo una tassa patrimoniale mascherata!", "Con le energie rinnovabili resteremo al buio!". Ricostruzioni imprecise, faziose quando non palesemente false, eppure credibili come certe risposte della mega intelligenza artificiale ChatGPT che non ha ancora capito che l'Ucraina è stata invasa dalla Russia.
Come uscirne? La risposta, ancora una volta, arriva dalla scienza. Nei mesi scorsi un autorevole gruppo di climatologi, economisti e sociologi riuniti dal "Club di Roma" - la stessa istituzione che nel 1972 svegliò il mondo con un rapporto sui "Limiti dello Sviluppo" - ha rilasciato una piattaforma che consente di misurare l'impatto delle nostre politiche a livello globale. Inserendo i dati si vede chiaramente come la soluzione della questione del clima sia strettamente legata ad altri problemi come l'istruzione, il ruolo delle donne nella società, a quello che mangiamo, a quante tasse pagano i più ricchi e a quanti sono i più poveri. La giustizia sociale. Si tratta di problemi enormi, già individuati da tempo dalle Nazioni Unite come obiettivi di sviluppo sostenibile e per i quali - affermano adesso gli scienziati - abbiamo le soluzioni a portata di mano: abbiamo le tecnologie e abbiamo le risorse economiche (a patto di indirizzarle per costruire il futuro e non per finanziare il passato).
Gli scienziati del "Club di Roma" hanno chiamato questo modello "Earth4All", una Terra per tutti. Una Terra soprattutto per i tantissimi che oggi soffrono e che pagheranno per primi il prezzo della catastrofe climatica (come dice lo scrittore Douglas Rushkoff, "solo i più ricchi si salveranno"). Ma una Terra per tutti è per tutti, anche per chi sta nella parte più fortunata del mondo, il miliardo di persone che consuma il 70 per cento delle risorse del pianeta: perché un mondo che non risolva questi problemi è un mondo destinato ad essere travolto dalle proteste sociali e invaso da migranti disperati più di quanto non accada oggi. Non conviene a nessuno.
"Una Terra per tutti" è un sogno, un manifesto, il posto dove vogliamo andare. Quando nel 2004 si stavano ultimando le riprese del documentario sul riscaldamento globale con cui l'ex vice presidente americano Al Gore avrebbe vinto il premio Nobel per la Pace, il regista Davis Guggenheim gli chiese perché l'opinione pubblica facesse così fatica ad accorgersi del problema. Al Gore rispose: perché è una scomoda verità, una inconvenient truth. Ecco, è venuto il momento di affermare "una comoda verità" che non è una verità di comodo ma suffragata da decine di studi: la transizione ecologica salverà il mondo creando nuovi posti di lavoro, nuove opportunità, proteggendo i più deboli ed accompagnando tutti in un futuro migliore. La bandiera perfetta per un partito davvero democratico.