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Donne, una battaglia globale per non piangere più

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Una battaglia globale delle donne per avanzare veramente. Di questo abbiamo bisogno. Siamo molto indietro nella determinazione delle condizioni per realizzare i nostri desideri come donne. In troppi casi le scelte risultano essere obbligate.
Metà delle donne non è autonoma economicamente, il lavoro femminile è più precario, segregato in alcune attività, condizionato dalla presenza o meno di figli. La retribuzione è più bassa. Lo sviluppo della carriera è più difficile. Le pensioni bassissime. Gli stereotipi di genere ingabbiano bambine e bambini da quando sono piccoli e indirizzano, inesorabili, le loro vite. Anche la formazione, dove le donne eccellono, risente di questo. Difficoltà serie che si autoriproducono negli anni, nonostante gli sforzi individuali di tante donne. Una spirale che deve essere interrotta.
Le politiche non hanno contribuito a farlo, neanche con il Pnrr. E il nostro Paese è sprofondato sempre più in fondo nella graduatoria dell’equità di genere. Vittimismo? No, realismo. Concordo con il titolo del bellissimo libro di Alessandra Bocchetti, grande femminista storica del nostro Paese, Mai più lacrime. Deve essere un mantra per le donne di tutte le generazioni.


Deve crescere la coscienza tra noi che per cambiare la situazione dobbiamo scendere in campo unite su obiettivi chiari, sui “fondamentali”. Siamo la metà del nostro Paese. Ognuna con vite diverse che cerca di combattere per la libertà femminile.
Vogliamo poter lavorare senza ostacoli. Gioire della maternità, senza che questa intralci la realizzazione su altri piani della vita. Vivere la nostra vita in coppia senza figli o da sole, senza dover subire la pressione sociale del “dover” avere un figlio. Vivere l’amore per un’altra donna come per un uomo, come un aspetto della “normalità” del vivere.Vivere da single, potendo adottare un figlio. Al Nord come al Sud.
Non esiste una identità o un comportamento o una scelta più o meno auspicabile. Ciò che è auspicabile è solo il desiderio di ciascuna di noi di realizzarsi e il diritto di essere se stessa. In un approccio plurale di riconoscimento reciproco, in primis tra donne, ma non solo. In una condivisione, una sorellanza in cui tutte si assumono l’obiettivo del rispetto delle esigenze delle altre, anche nelle battaglie, coscienti che ci sono tante differenze tra noi, anche sociali, e che chi sta peggio deve essere maggiormente sostenuta dalle altre.
È questa una fase in cui è difficile praticare tutto ciò. Siamo tutte troppo ripiegate. La diversità delle esperienze di vita di ciascuna fa spesso emergere fratture, incomprensioni tra le donne, anche negli obiettivi da darsi e facilita l’esprimersi di microidentità. Succede tra le donne, ma non solo. Nel Paese, nel mondo.
E così non scatta quel qualcosa, quella scintilla di aggregazione per un fine comune, che può cambiare la condizione delle donne di questo Paese. E che può spingere verso politiche con una nuova priorità, l’attuazione dei diritti delle donne.


Ne abbiamo estremo bisogno. La nostra battaglia deve essere globale. Per la normalità del vivere, perché tutte le donne possano realizzarsi su tutti i piani.
Se non saremo noi in grado di prendere in mano il nostro destino, non solo individualmente ma collettivamente, la situazione migliorerà lentamente o potrà anche peggiorare. Inutile autoflagellarci, scontrarsi su miti e contro — miti, quello della maternità e della non maternità, inutile avvilupparsi su discussioni che riguardano transfemminismo o femminismo, sex work legale o no. Ritroviamo la nostra concretezza. Impariamo a batterci insieme per i nostri diritti sulle questioni chiave, accettando le rispettive differenze su tutto il resto. Trasformiamo in collettive le battaglie che ognuna di noi combatte quotidianamente nel suo piccolo.
Noi vogliamo la libertà femminile, obiettivo che investe le nostre vite globalmente. Per questo la nostra battaglia non può che essere globale. In tante, nuovamente.

L’intervento dell’autrice è a carattere personale

 

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