Meloni alla Cgil, dove porta il metodo Landini
di Stefano Cappellini , di Stefano CappelliniGiorgia Meloni ha fatto bene a parlare al congresso della Cgil. Ha dimostrato che nel suo repertorio non c'è solo l'arrocco ideologico talvolta ottuso, figlio della sua formazione politica, che la incarta ancora su molti temi, ma anche la volontà di interpretare il ruolo in modo meno arcigno: più istituzione e meno Colle Oppio (sebbene la faccia di Meloni mentre parte dei delegati sindacali intonavano polemicamente Bella ciao non fosse quella di chi apprezza il brano).
Va riconosciuto che la presidente del Consiglio non è andata per allisciare la platea: ha spiegato la sua agenda, confermato i no che sapeva sgraditi. Non era scontato. Ha pure condannato l'assalto alla sede nazionale dello scorso anno "da parte dell'estrema destra". All'epoca disse che voleva capire la "matrice".
Bisognerebbe chiedersi anche, però, se ha fatto bene la Cgil a invitare Meloni. Chiederselo laicamente, senza una risposta già…
Giorgia Meloni ha fatto bene a parlare al congresso della Cgil. Ha dimostrato che nel suo repertorio non c'è solo l'arrocco ideologico talvolta ottuso, figlio della sua formazione politica, che la incarta ancora su molti temi, ma anche la volontà di interpretare il ruolo in modo meno arcigno: più istituzione e meno Colle Oppio (sebbene la faccia di Meloni mentre parte dei delegati sindacali intonavano polemicamente Bella ciao non fosse quella di chi apprezza il brano).
Va riconosciuto che la presidente del Consiglio non è andata per allisciare la platea: ha spiegato la sua agenda, confermato i no che sapeva sgraditi. Non era scontato. Ha pure condannato l'assalto alla sede nazionale dello scorso anno "da parte dell'estrema destra". All'epoca disse che voleva capire la "matrice".
Bisognerebbe chiedersi anche, però, se ha fatto bene la Cgil a invitare Meloni. Chiederselo laicamente, senza una risposta già in tasca, e quindi non per le ragioni pregiudiziali che hanno spinto alcuni sindacalisti a protestare in presidio all'esterno del Palacongressi di Rimini contro la scelta del segretario Maurizio Landini di concederle il palco per un discorso.
Sono pochissimi i presidenti del Consiglio che hanno parlato a un congresso Cgil. Nel 1981 toccò al repubblicano Giovanni Spadolini, il primo presidente del Consiglio non democristiano della storia repubblicana. Poi nel 1986 fu il socialista Bettino Craxi, nel momento del passaggio di consegne alla guida del sindacato tra Luciano Lama e Antonio Pizzinato. Quindi lo ha fatto Romano Prodi nel 1996.
Evento raro insomma, lo ha sottolineato la stessa Meloni all'inizio del suo intervento, e legato a passaggi politici molto significativi. Meloni meritava di aggiungersi a Spadolini, Craxi e Prodi? E se sì, perché?
Il sindacato fa bene a battere ogni strada per ottenere risultati che migliorino le condizioni di vita dei lavoratori, e magari anche dei non lavoratori. Difficile dire che, sul merito, si siano poste le basi per provvedimenti concreti. Meloni ha ribadito il suo no al salario minimo, misura che peraltro non ha mai scaldato troppo il sindacato di Landini.
Ha dato generiche rassicurazioni sul fatto che la progressività del prelievo fiscale non sarà messa in discussione, affermazione discutibile dopo la delega per la riforma fiscale appena varata e tutta da verificare. Ha offerto ancor più generici proclami sulla volontà di introdurre ammortizzatori sociali universali per i lavoratori, senza distinzioni di categoria, anche qui parole che andranno poi misurate sui fatti.
Quanto alla depressione salariale, un'emergenza da almeno un decennio, Meloni ha spiegato che per rimediare al problema bisogna puntare sulla crescita. Quindi i salari per ora restano dove sono, fermi al palo. Per sapere come il governo intenda favorire la crescita, bisognerà aspettare forse un altro invito e un altro congresso.
Sul metodo, invece, è chiaro che la Cgil può dirsi decisamente più soddisfatta. Il reciproco riconoscimento tra il principale sindacato e il presidente del Consiglio, per giunta di un governo di destra, è senz'altro un risultato, importante per l'interesse generale del Paese, a patto che sia un mezzo e non il fine dell'ospitalità concessa a Meloni.
Il sospetto è legittimo, perché sotto la guida di Landini la Cgil è parsa talvolta più interessata al metodo, appunto, che alla sostanza, come se la convocazione ufficiale al tavolo delle trattative con il governo fosse più importante del risultato dei tavoli stessi. E come se la debolezza del sindacato, speculare a quella di tutti i corpi intermedi della società, potesse essere curata e tamponata dalla speculare debolezza della politica. Politica che, peraltro, dopo la vittoria della destra meloniana potrebbe anche scoprirsi meno debole rispetto alle stagioni dominate dai governi tecnici e variopinti.
Pure la scelta di radunare sul palco tutti i capi dei partiti di opposizione è sembrata dettata dall'ansia di riconoscimento di un ruolo al sindacato. Una spinta federatrice meritoria ma forse anche un po' velleitaria, sia perché l'adunata ha finito per rimarcare le reciproche e rivendicate distanze tra i leader sia perché l'unico tema sul quale Elly Schlein, Giuseppe Conte, Carlo Calenda e Nicola Fratoianni sono d'accordo, cioè il salario minimo, è proprio quello al quale il padrone di casa era meno sensibile.
Lo stesso Landini ha di fatto espresso questa ansia di legittimazione quando, nel presentare Meloni alla platea che l'ha poi applaudita solo una volta in tutto il discorso (per la condanna all'assalto della sede), ha spiegato che l'invito "non è solo altruismo, ma la miglior condizione per chiedere il diritto di essere ascoltato". Un diritto che però, a essere onesti, un tempo il sindacato si conquistava con la forza dei suoi iscritti e delle sue battaglie meglio che con i palinsesti congressuali.