È l'urlo del realismo preventivo o solo il gemito - si immagina nel muto disappunto dei più arditi colleghi di governo - del disfattismo, quello che esce dalla bocca di Raffaele Fitto? Difficile pensare a un ministro che non con mesi, ma addirittura con anni di anticipo, getti la spugna sulle possibilità per il governo di effettuare tutti gli investimenti previsti dal Pnrr da qui al 2026. Difficile, ma intanto è successo. C'è da capirlo, però, il povero Fitto. Questi ultimi giorni sono stati un discreto calvario per il ministro degli Affari europei, che dovrebbe portare a casa oltre 200 miliardi di fondi Ue e si ritrova invece di fronte a una corsa a ostacoli tra piani in ritardo, moniti quirinaleschi con tanto di citazione di De Gasperi sulla necessità di "mettersi alla stanga", rimbrotti europei per bocca di commissari assortiti, docce gelate in arrivo da Bruxelles e infine - è storia - giudizi abrasivi della …
È l'urlo del realismo preventivo o solo il gemito - si immagina nel muto disappunto dei più arditi colleghi di governo - del disfattismo, quello che esce dalla bocca di Raffaele Fitto? Difficile pensare a un ministro che non con mesi, ma addirittura con anni di anticipo, getti la spugna sulle possibilità per il governo di effettuare tutti gli investimenti previsti dal Pnrr da qui al 2026. Difficile, ma intanto è successo. C'è da capirlo, però, il povero Fitto. Questi ultimi giorni sono stati un discreto calvario per il ministro degli Affari europei, che dovrebbe portare a casa oltre 200 miliardi di fondi Ue e si ritrova invece di fronte a una corsa a ostacoli tra piani in ritardo, moniti quirinaleschi con tanto di citazione di De Gasperi sulla necessità di "mettersi alla stanga", rimbrotti europei per bocca di commissari assortiti, docce gelate in arrivo da Bruxelles e infine - è storia - giudizi abrasivi della Corte dei Conti che sottolinea come nei prossimi due anni la spesa per il Pnrr dovrà aumentare sensibilmente per sfruttarne tutto il potenziale.
Dietro l'apparente precipitare degli eventi, c'è però un ampio e radicato pregresso che passa dall'amministrazione del sottopotere ministeriale alla sottovalutazione sistematica di alcune scadenze e procedure. Quando il nuovo governo è arrivato sulla pista del Pnrr non si è limitato a cambiare pilota della vettura in gara, per usare la consunta ma efficace metafora della Formula 1, ma ha deciso che tutti i meccanici - fino ai capi unità delle Missioni del Pnrr nei singoli ministeri - fossero sottoposti a un rigoroso spoils system. Immaginate dunque una sosta ai box lunghissima, mentre gommisti e tecnici con il nuovo cartellino al collo si affannano a capire che cosa fare, mentre tutt'attorno la gara prosegue. Critica è stata anche la decisione di accorpare i denari del Pnrr con quelli del Fondo di Coesione, sebbene per definizione non abbiano le stesse modalità e obiettivi, visto che i secondi devono avere una ripartizione regionale. Ma anche ora, così come nel momento in cui il governo Meloni si insediava, torna insistente la critica al lavoro del predecessore Draghi, che avrebbe fissato obiettivi irrealistici e sarebbe quindi in ultima istanza il responsabile dei problemi di oggi.
È sprovvedutezza di neo inquilini del potere o mossa meditata, l'inciampo continuo sul Pnrr? Il dubbio rimane grande, anche se il risultato è inequivocabile. Certo, però, che viene naturale inserire anche questo pasticcio in una più generale diffidenza della premier e del suo governo nei confronti dell'Europa. Non è tanto l'ubriacatura da campagna elettorale a base di avvisi a Bruxelles che "la festa è finita", quanto il doposbronza della realtà politica di un'Unione a 27 con i suoi riti e anche le sue trappole, dove a battere i pugni sul tavolo si corre il rischio di ritrovarsi soli mentre i vicini distolgono lo sguardo. Dunque un più complesso gioco in cui si incrociano i flussi migratori e le responsabilità della prima accoglienza e della ricollocazione, la partita appunto dei fondi e quel Mes, la cintura di sicurezza anticrisi che nessuno Stato - assicurano da Bruxelles - sarà mai costretto a usare, ma che per ora non compare nella dotazione di nessuno proprio perché manca il sì italiano.
La partita del Pnrr non è però di quelle dove ci si può far guidare da pregiudizi e diffidenze.
Chiedere un rinvio di un mese sui risultati a fine 2022 - con un contemporaneo rinvio della terza tranche di pagamenti dall'Ue - come ha fatto l'Italia non è in sé uno scandalo. Dal Lussemburgo alla Germania, altri Paesi hanno chiesto messe a punto dei loro piani nazionali, anche in funzione di un quadro economico diventato più complesso. Ma il rischio vero è quello di rinunciare ai fondi di quella che appare ancora come un'occasione unica per modernizzare l'Italia grazie a quel Next Generation Ue che è il nome ufficiale del programma. Ieri, dopo il Consiglio dei ministri, la comunicazione del governo è stata monopolizzata dall'esaltazione di una norma che punisce l'utilizzo dei cosiddetti "cibi sintetici" in nome della "tutela della nostra cultura e della nostra tradizione". La Next Generation può attendere.