La decisione della Corte di Cassazione francese di confermare il diniego all'estradizione di otto uomini e due donne, protagonisti della stagione della lotta armata nel nostro Paese, e per questo condannati in via definitiva per gravissimi reati di matrice terroristica (omicidi nella maggior parte dei casi, come anche sequestri di persona) riapre, rendendola a questo punto non più rimarginabile, una ferita profonda. Che tale resterà nella storia dei rapporti tra Italia e Francia. Per l'intollerabile pregiudizio di cui questa decisione è figlia, per l'enormità giuridica del principio che afferma, per l'impunità che assicura ai colpevoli e il dolore in cui torna a precipitare la vita e la memoria delle vittime. Per l'ostacolo definitivo che pone nel chiudere per sempre la coda insanguinata del nostro Novecento.
La decisione della Corte di Cassazione francese di confermare il diniego all'estradizione di otto uomini e due donne, protagonisti della stagione della lotta armata nel nostro Paese, e per questo condannati in via definitiva per gravissimi reati di matrice terroristica (omicidi nella maggior parte dei casi, come anche sequestri di persona) riapre, rendendola a questo punto non più rimarginabile, una ferita profonda. Che tale resterà nella storia dei rapporti tra Italia e Francia. Per l'intollerabile pregiudizio di cui questa decisione è figlia, per l'enormità giuridica del principio che afferma, per l'impunità che assicura ai colpevoli e il dolore in cui torna a precipitare la vita e la memoria delle vittime. Per l'ostacolo definitivo che pone nel chiudere per sempre la coda insanguinata del nostro Novecento.
Chiariamolo subito. In nessun ordinamento democratico la pena può essere concepita come vendetta. A maggior ragione come vendetta tardiva che sorprende il condannato in una età e condizione della vita talmente distanti dai fatti per cui si è stati condannati da rendere la pena contraria ai diritti fondamentali dell'uomo. Per questo, nelle democrazie, compresa la nostra, esistono istituti che stabiliscono che decorso un tempo congruo da una condanna non eseguita, la pena decada. Ebbene, i dieci latitanti italiani oggetto della richiesta di estradizione non versavano in questa condizione. Ormai in età avanzata, in qualche caso malati, avevano ricostruito le loro vite da latitanti protetti da una dottrina (conosciuta come "dottrina Mitterrand") che gli aveva spalancato le porte della Francia elevandoli al rango di rifugiati politici. Quali, per altro, non erano. Perché in fuga non da una persecuzione politica, ma dai processi in cui erano imputati non per reati politici, ma di violenza politica. Per trent'anni la "dottrina Mitterrand", per giunta interpretata dal potere politico e giudiziario francese in modo estensivo (Mitterrand, che ne era stato l'artefice, la riteneva non applicabile ai latitanti per reati di sangue), era stata uno strumento politico brandito dall'Eliseo per rimarcare un solco di cultura politica e giuridica tra i due Paesi.
Nella primavera del 2021, il Presidente francese Macron e il suo ministro di giustizia Eric Dupond-Moretti insieme al nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella erano riusciti a chiudere quella pagina del Novecento ripristinando il principio universale di ogni democrazia per cui i reati, accertati in via definitiva in un giusto processo, non debbano e non possano restare impuniti. Ecco perché, nel giugno di quell'anno, nelle case parigine di uomini e donne ormai anziani aveva bussato il fantasma della lotta armata, presentando un conto troppo a lungo rinviato e non certo perché figlio di un ritardo nell'accertamento della verità, ma solo della volontà dei colpevoli di sottrarsi alla pena nel luogo in cui questo gli era stato per lustri consentito.
Ebbene, la giustizia francese spiega oggi al nostro Paese che a impedire il rientro in Italia di quei dieci ex militanti della lotta armata, responsabili della morte data ad innocenti senza alcun processo (che non fosse quello agghiacciante pronunciato dal "tribunale" di un fantomatico "popolo"), sarebbe il mancato rispetto degli articoli 6 e 8 della carta europea dei diritti fondamentali dell'uomo. Lì dove cioè si sancisce il diritto di ogni cittadino europeo ad avere un giusto processo e a veder rispettata la propria vita privata e familiare. Nell'affermazione sono evidenti due enormità. Ritenere, senza alcuna evidenza, che l'Italia abbia celebrato nei confronti di quei dieci ex terroristi processi contrari allo Stato di diritto. Ritenere che la richiesta di estradizione leda la raggiunta quiete della sfera privata e familiare di ex assassini perché non ricorrerebbero i requisiti per cui quella libertà può essere compressa. Come se l'impunità di condannati in via definitiva cercata, ottenuta, e difesa con strumenti politici, possa essere oggi un canone europeo di giustizia cui adeguare le decisioni del giudice penale.
La verità - ed è terribile dirlo - è che nella decisione della giustizia francese ci sono tutto il pregiudizio, le tossine e il ciarpame ideologico che una generazione di expat è riuscita a depositare in trent'anni nella cultura profonda di quel Paese. Convincendola che la battaglia contro il terrorismo fu vinta non grazie alla tenuta democratica italiana, della sua società, delle sue istituzioni e dei loro servitori, dei suoi partiti e sindacati, dei suoi studenti e operai che rifiutarono la lusinga della "violenza rivoluzionaria", ma a colpi di un diritto penale addomesticato dall'emergenza. Uno sfregio alla Storia e a chi per difendere la democrazia diede la vita.