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Se la realtà rovina lo spettacolo

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Lo spauracchio dei migranti e la molteplicità dei fronti aperti anche con Bruxelles dimostrano che la premier cerca dei diversivi
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Sta emergendo in tutta la sua lampante chiarezza, solo adesso, la ragione per cui il non più nuovo governo Meloni avverta la pressante esigenza di agitare lo spauracchio dell’“invasione” di migranti dal Nordafrica. A dispetto dei cadaveri che riemergono dal mare, dei corpi dei bambini sulle spiagge, delle richieste di soccorso ignorate. Si chiama comunicazione da distrazione di massa, vecchio arnese da furbetti del palazzino. Punta a nascondere un cratere che tuttavia appare ormai evidente. La prima presidente di destra e donna della storia italiana rischia di passare alla storia piuttosto per essere l’artefice del più clamoroso tonfo: la perdita di una parte cospicua dei 200 miliardi che l’Unione europea ha destinato al nostro Paese. È un obiettivo che l’Italia non può permettersi di fallire, a prescindere da chi la guidi. Un fallimento che invece — per ammissione del ministro plenipotenziario Raffaele Fitto &mdash…

Sta emergendo in tutta la sua lampante chiarezza, solo adesso, la ragione per cui il non più nuovo governo Meloni avverta la pressante esigenza di agitare lo spauracchio dell’“invasione” di migranti dal Nordafrica. A dispetto dei cadaveri che riemergono dal mare, dei corpi dei bambini sulle spiagge, delle richieste di soccorso ignorate. Si chiama comunicazione da distrazione di massa, vecchio arnese da furbetti del palazzino. Punta a nascondere un cratere che tuttavia appare ormai evidente. La prima presidente di destra e donna della storia italiana rischia di passare alla storia piuttosto per essere l’artefice del più clamoroso tonfo: la perdita di una parte cospicua dei 200 miliardi che l’Unione europea ha destinato al nostro Paese. È un obiettivo che l’Italia non può permettersi di fallire, a prescindere da chi la guidi. Un fallimento che invece — per ammissione del ministro plenipotenziario Raffaele Fitto — viene messo adesso serenamente nel conto.


Sarebbe un disastro. Ma come tutti i disastri (per ora per fortuna solo annunciato) non viaggia da solo.
Sono molteplici le battaglie di retroguardia con le quali Palazzo Chigi e il suo governo, nell’arco di appena 150 giorni, si stanno caratterizzando sullo scacchiere europeo. Posizionamenti e sortite che rischiano di trascinare indietro e di relegare in un angolo uno dei Paesi fondatori dell’Unione.


Molto dipende dalle pressioni delle lobby e dalle cordate elettorali delle quali i partiti di maggioranza sono evidentemente prigionieri. Si prenda ad esempio il disegno di legge sulla concorrenza. Avrebbe dovuto introdurre, tra le tante cose, una nuova disciplina sul commercio ambulante, la liberalizzazione dei saldi, i contatori smart e tanto altro atteso, neanche a dirlo, dai contribuenti. Niente da fare. In Consiglio dei ministri hanno preferito instradarlo sul più classico binario morto dopo le proteste insistenti degli amici commercianti. Il codice sugli appalti appena riscritto risponde solo ai desiderata dei padroncini, poco o nulla alle esigenze di trasparenza e lotta alle infiltrazioni criminali.


La partita sui biocarburanti è già finita 3-0. Per gli altri. Sui biocarburanti l’altro giorno i ministri dell’energia Ue hanno approvato il regolamento che conferma la scadenza del 2035 per il blocco delle auto con motori a benzina o diesel. L’Italia si è astenuta, al pari delle neo-sorelle dell’Est, Romania e Bulgaria. È andata oltre la sola Polonia, votando contro. Un voto, quello di astensione, che equivale tecnicamente a uno contrario. Per non dire della fallimentare e sempre più isolazionista politica sui migranti. Giorgia Meloni è tornata dal suo terzo Consiglio europeo portando a casa giusto i buoni propositi (verbali) della presidente Ursula Von der Leyen. Del resto, gli ululati antieuropeisti del suo vice Matteo Salvini non l’aiutano nel raggiungimento dell’obiettivo di una redistribuzione più equa. Come non aiutano la causa italiana, nel suo complesso, battaglie ideologiche e dal sapore arcaico come quella che ha portato Roma a negare le trascrizioni dei figli delle coppie omosessuali. Costringendo il commissario alla Giustizia Didier Reynders a ribadire “l’obbligo per gli Stati membri di riconoscere i figli di genitori dello stesso sesso”. Invitando di fatto l’esecutivo Meloni ad adeguare il suo orologio storico a una sorta di ora legale europea. Basterà? L’atteggiamento sempre più isolazionista della destra-destra italiana non lascia prevedere nulla di buono. Raccontano che in privato Giorgia Meloni confidi sempre più spesso il sogno di passare alla storia come la Margaret Thatcher italiana. Ma la leader conservatrice negli anni Ottanta ha avuto la forza di imporsi anche a discapito dei diritti dei lavoratori inglesi forte di una maggioranza politica solida, con una premiership non affiancata da alleati “tappetari”, e soprattutto sull’onda di una sterlina che non temeva rivali. Soprattutto, non aveva alcun riguardo e vantava totale indipendenza dai vicini europei d’Oltremanica. L’Italia del 2023, grazie al cielo, è saldamente ancorata all’Unione e ha il diritto e il dovere di rispettarne regole, trattati e indirizzi. Se veniamo aiutati con 200 miliardi di euro da qui al 2026, del resto, ci sarà un perché. E varrebbe la pena ricordarlo.


Messi uno dietro l’altro, gli “arrocchi” nei quali si sta specializzando questo governo e la molteplicità dei fronti che sta aprendo — un po’ per incompetenza, un po’ per inesperienza, un po’ per malafede — forse sono più chiare anche le ragioni per le quali Giorgia Meloni sfugga da tempo ormai alle domande dei cronisti e alle occasioni per incontrarli. Meno conferenze stampa, più comodi “mucchioni” volanti davanti alle telecamere. E via, in una perenne campagna elettorale a lei più congeniale. Ma non si può fuggire e andar di comizi per sempre. Prima o poi ci si dovrà pur fermare a governare. Possibilmente con buon senso.