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L'inverno della denatalità

(ansa)

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In Italia nel 2022 il numero più basso di bimbi nati: appena 1,24 figli per donna, secondo i dati Istat. Nel 1964 si contavano un milione di nascite
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Sono tanti i motivi che spiegano il valore più basso di nascite nel 2022. Ma ha contribuito non poco la cecità politica di chi ha governato per decenni, senza capire che le politiche di genere dovevano essere centrali, reali e non pink washing.
Non è stato un crollo improvviso. Il calo era iniziato negli anni ‘70. Nel 1964 in Italia 1 milione di nascite. Più o meno come la Francia. La fecondità ha raggiunto il minimo nel 1995. Poi un po’ di ripresa fino al 2008. Da quel momento abbiamo assistito sempre a diminuzione. E ora 1,24 figli per donna. Con una Francia che ha quasi 2 figli per donna e una differenza di popolazione giovanile a suo vantaggio di 7 milioni di giovani.


S&…

Sono tanti i motivi che spiegano il valore più basso di nascite nel 2022. Ma ha contribuito non poco la cecità politica di chi ha governato per decenni, senza capire che le politiche di genere dovevano essere centrali, reali e non pink washing.
Non è stato un crollo improvviso. Il calo era iniziato negli anni ‘70. Nel 1964 in Italia 1 milione di nascite. Più o meno come la Francia. La fecondità ha raggiunto il minimo nel 1995. Poi un po’ di ripresa fino al 2008. Da quel momento abbiamo assistito sempre a diminuzione. E ora 1,24 figli per donna. Con una Francia che ha quasi 2 figli per donna e una differenza di popolazione giovanile a suo vantaggio di 7 milioni di giovani.


Sì, perché il problema è diventato gravemente strutturale. Se nel 1995 si è toccato il minimo della fecondità, quella generazione a distanza di 20, 30 anni non potrà che essere meno numerosa di quella nata 20 o 30 anni prima e dovrebbe avere molti più figli della precedente, per raggiungere il numero di nati del 1964. Se poi la situazione si protrae, come in Italia sta succedendo, la generazione di 20 anni ancora dopo, sarà ancora meno numerosa. Siamo entrati in un circolo vizioso.
I due terzi del calo della fecondità è dato da questo fattore strutturale. Certo, i comportamenti delle generazioni sono profondamente cambiati. Nel tempo si è ridotto fortemente il numero di donne che hanno avuto 3 o più figli e anche quelle che ne hanno avuti 2 o 1. È arrivata a circa un quarto la percentuale di donne che non hanno avuto figli per la generazione del 1980. E ciò è avvenuto parallelamente alla posticipazione della maternità.


Si rinvia la nascita del primo figlio, come conseguenza anche dell’uscita più ritardata dei giovani dalla famiglia di origine, aggravatasi dal 2008 in poi, anche a causa delle frequenti crisi economiche che nel 2009, nel 2013, nel 2020 hanno colpito soprattutto i giovani.
Ma il rinvio si trasforma spesso in rinuncia. E non per libera scelta. I dati Istat ci dicono che solo il 2% delle donne non ha figli e non ha nessuna intenzione di averne in futuro. Il desiderio spesso non si traduce in realtà. Sia per ostacoli biologici, che per altri tipi di barriere, l’incertezza del futuro...
In controtendenza le nascite fuori dal matrimonio. Continuano a crescere incessantemente, anche nel 2021, raggiungendo i 160 mila nati. Cinquantamila nati in più rispetto al 2008. Ciò avviene come effetto dell’aumento delle libere unioni, ma anche di un nuovo modo di viverle. Grande trasformazione rispetto a non tanti anni fa, quando la caratteristica fondamentale delle libere unioni era una sorta di “fidanzamento moderno” che prevedeva un periodo di convivenza prematrimoniale.


Ma interroghiamoci ora su un punto che ritengo dirimente rispetto alla situazione. Perché una donna nel nostro Paese deve lei pagare il prezzo dell’interruzione del lavoro se ha un figlio? Come fa a progettare un percorso di maternità se è precaria lei o il suo compagno? Perché una donna deve essere messa nelle condizioni di scegliere tra carriera e maternità come tante volte succede? Perché nel nostro Paese non si è fatto come in Svezia, dove già dagli anni ‘50 con l’ingresso delle donne nel mercato del lavoro si sono attuate politiche di condivisione delle responsabilità familiari? Dove sono i congedi di paternità come si deve, i congedi parentali retribuiti almeno all’80%,che il governo Meloni ha introdotto per un mese, dove sono i servizi educativi per l’infanzia, i servizi per l’assistenza di anziani e disabili? Apriamo gli occhi e non facciamo finta di non vedere. Tutto questo non c’entra con la bassa fecondità?


I Paesi avanzati, che hanno livelli di fecondità più alti, sono anche quelli dove i tassi di occupazione femminile sono più elevati. Sono quelli dove si è investito di più su politiche di condivisione. Siamo il Paese dove le donne non riescono a trovare lavoro, anche se lo vorrebbero, ma se lo trovano sono più precarie, più a part time, più irregolari. E siamo il Paese dove le donne non riescono neanche ad avere i figli che desidererebbero. Siamo bloccati, per la cecità della politica, perchè state bloccando le donne, non assumendo la parità di genere come priorità irrimandabile. È il nodo dei nodi.


L’intervento dell’autrice è a carattere personale