✕

La prova di credibilità

(ansa)

Ascolta l'audio

Il governo meloni alla prova del suo primo def. L'obiettivo è rassicurare Europa e mercati, sforbiciando il debito. Ma dal lato di Bruxelles pesano le lentezze sul Pnrr e lo stop alla riforma del Mes
2 minuti di lettura

Il primo Def del governo Meloni, stando alle cifre già trapelate, sembra scritto soprattutto per l'Europa e per i mercati. Nelle parole che filtrano dal Tesoro, "ragionevole e realistico", nella prudenza su crescita e deficit, si legge la volontà di rassicurare sulla tenuta dei conti italiani. Lo spazio di manovra di 3 miliardi che l'esecutivo dovrebbe ritagliarsi è meno di un tesoretto: una piccola dote, destinata a ridimensionare le roboanti promesse elettorali della coalizione, a cominciare dal fisco, e insufficiente per sostenere una crescita asfittica. La convinzione della premier e del ministro dell'Economia Giorgetti è che il vero tesoretto in quei numeri sia un altro: la credibilità che l'Italia potrà giocarsi a Bruxelles nel decisivo negoziato sul nuovo Patto di stabilità. E l'approccio potrebbe anche essere condivisibile, se non fosse che quella stessa credibilità, il governo se la sta gioc…

Il primo Def del governo Meloni, stando alle cifre già trapelate, sembra scritto soprattutto per l'Europa e per i mercati. Nelle parole che filtrano dal Tesoro, "ragionevole e realistico", nella prudenza su crescita e deficit, si legge la volontà di rassicurare sulla tenuta dei conti italiani. Lo spazio di manovra di 3 miliardi che l'esecutivo dovrebbe ritagliarsi è meno di un tesoretto: una piccola dote, destinata a ridimensionare le roboanti promesse elettorali della coalizione, a cominciare dal fisco, e insufficiente per sostenere una crescita asfittica. La convinzione della premier e del ministro dell'Economia Giorgetti è che il vero tesoretto in quei numeri sia un altro: la credibilità che l'Italia potrà giocarsi a Bruxelles nel decisivo negoziato sul nuovo Patto di stabilità. E l'approccio potrebbe anche essere condivisibile, se non fosse che quella stessa credibilità, il governo se la sta giocando con la sua scellerata gestione del Pnrr: rinnegando il piano scritto da Draghi, stravolgendone la governance, impiegando mesi per la revisione, dando l'impressione di non sapere come spendere i soldi ed esitando su tante riforme.


Il Pnrr e il Patto di stabilità sono partite diverse, ma collegate. A unirle c'è il principio per cui pacta sunt servanda, i patti devono essere rispettati, un punto su cui agli occhi dei partner europei il nostro Paese è cronicamente inaffidabile. Con il nuovo Patto di stabilità, che entrerà in vigore nel 2024, questo principio sarà ancora più importante. Il concetto chiave è infatti la ownership, la proprietà: il percorso di rientro non sarà più imposto ai Paesi indebitati in maniera rigida dall'alto, ma saranno loro stessi a proporlo, portandolo avanti sotto il controllo della Commissione. L'orizzonte sarà pluriennale e nella valutazione rientreranno anche le riforme, se funzionali alla crescita. Maggiore flessibilità rispetto al vecchio Patto, quindi, ma anche più discrezionalità e un surplus di responsabilità per i governi.


Le analogie con il Pnrr sono evidenti. E il modo in cui il governo si è avvitato sul Piano di ripresa e resilienza non aiuta la credibilità italiana. I ritardi non sono tutti attribuibili all'esecutivo Meloni, vero. Ma a fronte di problemi già evidenti la decisione di rivoluzionare la macchina organizzativa ereditata dal precedente esecutivo, per ragioni più politiche che tecniche, è stata un grave errore. Le uscite con cui, a giorni alterni, esponenti della maggioranza rimettono in discussione l'intero progetto danno l'idea che per l'Italia non esistano impegni in grado di durare più di una legislatura. E lo stesso fanno i tentativi della maggioranza di rimandare o annacquare le riforme sgradite alla base elettorale, come quella delle concessioni balneari. Nel frattempo, l'annunciata revisione del ministro Fitto è slittata più volte, mentre si fatica anche solo a capire a che punto sono i progetti.


Aggiungiamoci il fatto che il governo si ostini a non ratificare il Mes, unico in Europa. Non stupisce che giovedì la Germania abbia dato fuoco alle polveri del negoziato sul Patto di stabilità chiedendo per i Paesi indebitati criteri di rientro misurabili e più stringenti, almeno un punto percentuale l'anno. Dietro alla volontà di Berlino di ridurre la flessibilità si intuisce tutta la diffidenza - non solo tedesca - per la capacità dell'Italia di onorare i patti, anche quando è lei a scriverli.

Con questo Def il governo Meloni vuole mettere in vetrina numeri inattaccabili, mostrando prudenza nella spesa e una traiettoria di riduzione del debito. Ma se non invertirà la tendenza sul Recovery il suo messaggio rischia di cadere nel vuoto. L'Italia ha già ricevuto una grande apertura di credito - letterale e metaforica - dai partner europei: i 191 miliardi del Pnrr. La credibilità del nostro Paese passa dalla capacità di portarlo a termine con successo.