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L'opposizione si risveglia

Mozione unitaria sul 25 aprile e sblocco della Commissione Vigilanza Rai: Pd, M5s, Terzo polo e sinistra cercano l'intesa
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Eppur si muove. Sino a pochi giorni fa sembrava impossibile anche solo immaginare di vedere le quattro forze d'opposizione marciare unite in Parlamento. Prigioniere di egoismi politici e reciproche diffidenze, per mesi dopo la batosta elettorale del 25 settembre hanno condotto battaglie di pura testimonianza, ciascuna per sé, sebbene il tentativo della destra di cambiare i connotati della Repubblica - mediante un impudico revisionismo e una progressiva compressione dei diritti - suggerisse di fare il contrario. Quasi impermeabili alla torsione sovranista imposta dal governo alla fisionomia della nazione.


Eppure, la settimana scorsa qualcosa si è mosso. Pd, M5s, T…

Eppur si muove. Sino a pochi giorni fa sembrava impossibile anche solo immaginare di vedere le quattro forze d'opposizione marciare unite in Parlamento. Prigioniere di egoismi politici e reciproche diffidenze, per mesi dopo la batosta elettorale del 25 settembre hanno condotto battaglie di pura testimonianza, ciascuna per sé, sebbene il tentativo della destra di cambiare i connotati della Repubblica - mediante un impudico revisionismo e una progressiva compressione dei diritti - suggerisse di fare il contrario. Quasi impermeabili alla torsione sovranista imposta dal governo alla fisionomia della nazione.


Eppure, la settimana scorsa qualcosa si è mosso. Pd, M5s, Terzo polo e sinistra rosso-verde hanno ripreso a parlarsi, almeno nelle Camere. A promuovere iniziative congiunte per arginare la deriva polacca sulla quale Giorgia Meloni ha istradato l'Italia, negando il riconoscimento ai figli delle coppie omosessuali, alzando muri contro i migranti, premiando lobby ed evasori, con un di più di revanchismo mirato a riabilitare il Ventennio fascista. In vista del 25 aprile, data fondativa della nostra democrazia, anziché rivaleggiare per qualche punto in più nei sondaggi, i gruppi del centrosinistra si sono seduti allo stesso tavolo e hanno sottoscritto - tutti - una mozione per rivendicare le radici della Costituzione nata dalla Resistenza. Incalzando la maggioranza, in grave imbarazzo, a condividere l'inestimabile patrimonio dei valori repubblicani che i Fratelli della premier sembrano tuttora voler rinnegare. Una spinta ideale subito accompagnata da un'altra manovra - stavolta di natura tecnico-politica - per sbloccare lo stallo della Vigilanza guidata dal M5S. L'insediamento della bicamerale di controllo sulla Rai, rinviato sine die proprio a causa del mancato accordo fra le minoranze, è stato possibile grazie al "sacrificio" del Pd. Il quale si è fatto carico del problema, cedendo al Terzo polo una delle vicepresidenze che pure gli spettava in quanto seconda lista più votata alle elezioni. Intesa faticosa, alla luce dei continui battibecchi, ma infine raggiunta grazie a un'azione paziente di dialogo e ricucitura.


Due piccoli segnali di un'inversione di tendenza che, se si saprà coglierne la portata, potrà diventare un metodo di lavoro. Utile per uscire dall'irrilevanza, incidere sul dibattito parlamentare, contrastare una destra che attenta ai diritti sociali e civili, mina l'indipendenza delle istituzioni di garanzia (vedi l'Autorità Anticorruzione), prende d'assalto l'informazione col chiaro obiettivo di trasformare la Tv di Stato in un novello Istituto Luce. Far fronte comune, nelle Camere e nelle piazze, non è una furbizia tattica: è l'unico strumento che in democrazia è dato all'opposizione per frenare i progetti più eversivi della maggioranza e provare a risvegliare un'opinione pubblica ormai disillusa. A patto, naturalmente, di rinunciare ai personalismi e alle ambizioni di supremazia in un campo - quello progressista terremotato dalla caduta di Draghi - difficile da ricostruire senza traversare il deserto insieme.


Tanto più che non sono pochi i temi su cui già si registra una sostanziale consonanza. Sebbene con qualche differenza, Schlein, Conte e Calenda sono tutti a favore delle trascrizioni delle famiglie arcobaleno, dell'introduzione di un salario minimo, del rafforzamento della sanità e dell'istruzione pubbliche falcidiate dai tagli, contro la dissennata gestione delle opere finanziate con i 190 miliardi del Next Generation Eu peraltro ottenuti nella stagione giallorossa. Basterebbe (ri)cominciare da qui, da ciò che unisce, anziché insistere con pregiudizi e distinguo. Di fronte al pericolo concreto di perdere fondi indispensabili alla crescita e alla modernizzazione del Paese - a iniziare dalla transizione ecologica e digitale su cui la destra drammaticamente arranca - sarebbe forse doveroso chiudersi in una stanza per uscirne soltanto dopo aver concertato la lista delle priorità e come portarle avanti compatti, nel confronto con il governo. Proporre un'interlocuzione senza prima averla concordata con gli alleati, come ha fatto il capo dei Cinquestelle, rischia di risultare velleitario: non a caso è caduta nel vuoto. Rivendicare primogeniture in questa fase è controproducente, oltre che infantile: in ballo non c'è il destino di un singolo partito, bensì le sorti della nazione.


Lo sanno pure i bambini che una democrazia funziona bene se funziona l'opposizione, il cui compito non è solo controllare e criticare l'operato del governo, ma condizionarne le scelte, prospettando un'alternativa in grado di conquistare la maggioranza al giro successivo. Un miraggio, senza unità di intenti e spirito di squadra: avere come controparti delle minoranze in competizione fra loro, invece di un'unica trincea, non fa che accrescere il potere della presidente del Consiglio. Ed è miope pensare che per le alleanze c'è tempo, tanto le Europee cadranno fra un anno e lì si vota col proporzionale: ognuno corre per sé e dopo si vede. Lo ha detto pure Romano Prodi. Sotto i colpi dei La Russa e dei Salvini, se non si abbandonano gli egoismi di partito, non si appianano le differenze, non si lavora insieme per il futuro, poi potrebbe essere tardi. Per l'Italia, prima che per il centrosinistra.