Una riforma senza copertura
di Alessandro Santoro , di Alessandro SantoroIn queste settimane seguite all’approvazione del disegno di legge delega sulla riforma del fisco è stata dedicata poca attenzione ai meccanismi di finanziamento che lo stesso disegno di legge prevede. Al di là delle affermazioni di principio sull’obiettivo della riduzione della pressione fiscale, la disposizione decisiva è l’articolo 20, che è sostanzialmente identica all’analoga disposizione prevista nel disegno di legge Draghi.
In sostanza, i punti fermi sono tre. In primo luogo, dal testo si evince che dall’attuazione della delega non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica né incremento della pressione tributaria rispetto a quella risultante dall’applicazione della legislazione vigente.
Rimangono quindi sostanzialmente due ipotesi: o l’attuazione della delega comporta una redistribuzione della pressione tributaria, per cui alcuni incrementi di gettito compensano le riduzioni…
In queste settimane seguite all’approvazione del disegno di legge delega sulla riforma del fisco è stata dedicata poca attenzione ai meccanismi di finanziamento che lo stesso disegno di legge prevede. Al di là delle affermazioni di principio sull’obiettivo della riduzione della pressione fiscale, la disposizione decisiva è l’articolo 20, che è sostanzialmente identica all’analoga disposizione prevista nel disegno di legge Draghi.
In sostanza, i punti fermi sono tre. In primo luogo, dal testo si evince che dall’attuazione della delega non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica né incremento della pressione tributaria rispetto a quella risultante dall’applicazione della legislazione vigente.
Rimangono quindi sostanzialmente due ipotesi: o l’attuazione della delega comporta una redistribuzione della pressione tributaria, per cui alcuni incrementi di gettito compensano le riduzioni di gettito oppure l’attuazione della delega comporta una riduzione netta della pressione tributaria, compensata in altro modo.
Per quanto riguarda la prima ipotesi, l’unica fonte di gettito apparente nel disegno di legge è la revisione delle detrazioni Irpef che però, per natura tecnica e politica e anche guardando a come è formulato il principio di delega, è ben difficile che possa avvenire in misura tale da finanziare una parte significativa delle riduzioni di carico fiscale ventilate nei primi 19 articoli della delega.
Rimane quindi la possibilità di finanziare le riduzioni di imposta con altre compensazioni. Quali? Il riferimento esplicito contenuto nella delega è al fondo per la riduzione della pressione fiscale creato con la legge di bilancio per il 2021. Questo fondo contiene, in particolare, le maggiori entrate permanentemente determinate dalla riduzione del tax gap. Va ricordato che nel 2021 la riduzione del tax gap maturata nel 2018 (la quantificazione avviene con tre anni di ritardo) aveva generato riserve disponibili per circa 4,4 miliardi, utilizzate per finanziare la riforma delle aliquote Irpef, mentre nel 2022 la riduzione del tax gap maturata nel 2019 aveva generato riserve disponibili per circa 1,4 miliardi. Questa tendenza alla riduzione delle risorse disponibili non è casuale. I provvedimenti che hanno generato –come dimostrato attraverso appositi esercizi econometrici contenuti nella Relazione sull’evasione — questo recupero, infatti, ovvero lo split payment e la fatturazione elettronica, hanno presumibilmente già dato i loro frutti. E, a maggiore dimostrazione del fatto che questa tendenza potrebbe confermarsi, è sfuggito ai più il fatto che, per la prima volta dopo molti anni, la stima provvisoria del tax gap dell’Iva per il 2020 segnala, per la prima volta dopo molti anni, un peggioramento.
Non sembra quindi al momento molto plausibile che, a bocce ferme, dalle ulteriori riduzioni del tax gap possano derivare le risorse necessarie a finanziare la delega fiscale. Che fare, quindi? Una prima risposta sembrerebbe ovvia: prendere nuovi provvedimenti finalizzati alla riduzione del tax gap, ovvero dell’evasione. La delega contiene numerosi spunti che vanno in questa direzione, e in particolare verso il potenziamento degli strumenti a disposizione dell’amministrazione finanziaria per incrociare i dati e per riscuotere le imposte in modo più efficiente. Ma anche qui non mancano i problemi. In primo luogo, attuare questi principi richiede l’utilizzo di tecniche penetranti di analisi dei dati che, in passato, sono state giudicate intrusive della privacy da molte delle forze politiche che oggi sostengono il governo. In secondo luogo, anche se queste perplessità fossero superate, i tempi non coincidono: l’attuazione di queste riforme può (forse) consentirci di centrare l’obiettivo della riduzione del tax gap fissato dal Pnrr per il 2024 ( tax gap complessivo al 15,8% contro il 18.5% stimato per il 2019), ma, per il ritardo (fisiologico) nella contabilizzazione, tale riduzione ha effetto solo dopo 3 anni. Per intenderci, da qui al 2025 il governo potrà contare solo sulla riduzione del tax gap che è già maturata entro il 2022, anche se viene contabilizzata in ritardo.
Da queste riflessioni emerge che per il finanziamento della delega, a legislazione invariata, esista un’unica strada: il miglioramento dei saldi di finanza pubblica che libera “a monte” spazi di manovra, a sua volta derivante o da una forte crescita economica o da un forte taglio della spesa pubblica. Due ipotesi, ovviamente, comparabili solo dal punto di vista contabile, ma non certo per le diverse (per certi versi, opposte) implicazioni economiche e sociali, e quindi politiche.