I sostenitori del Pnrr (la stragrande maggioranza di politici e commentatori) non hanno esitazione ad affermare che aumenterà sostanzialmente la crescita. Siamo ammirati ma anche preoccupati da tanta certezza. Quale è il "rendimento sociale" (cioè, in sostanza, l'aumento del Pil) generato da ciascun tipo di investimento pubblico? La realtà è che nessuno lo sa.
Chi finge di saperlo con certezza dimentica che ogni euro speso significa un euro sottratto ad altre attività o semplicemente alle tasche dei cittadini che devono ripagare la spesa. Per quanto ne sappiamo, i rendimenti sociali netti di una ferrovia o di un Superbonus potrebbero benissimo essere bassi o addirittura - ebbene sì - negativi. Si parla spesso di "orgoglio nazionale" e di "segnale all'Europa".
Ma che orgoglio può esserci nel rischiare di spendere male un mare di soldi per il gusto di (non) mandare un segnale all'Europa? …
I sostenitori del Pnrr (la stragrande maggioranza di politici e commentatori) non hanno esitazione ad affermare che aumenterà sostanzialmente la crescita. Siamo ammirati ma anche preoccupati da tanta certezza. Quale è il "rendimento sociale" (cioè, in sostanza, l'aumento del Pil) generato da ciascun tipo di investimento pubblico? La realtà è che nessuno lo sa.
Chi finge di saperlo con certezza dimentica che ogni euro speso significa un euro sottratto ad altre attività o semplicemente alle tasche dei cittadini che devono ripagare la spesa. Per quanto ne sappiamo, i rendimenti sociali netti di una ferrovia o di un Superbonus potrebbero benissimo essere bassi o addirittura - ebbene sì - negativi. Si parla spesso di "orgoglio nazionale" e di "segnale all'Europa".
Ma che orgoglio può esserci nel rischiare di spendere male un mare di soldi per il gusto di (non) mandare un segnale all'Europa? È una questione di numeri e di qualità della vita dei cittadini, non di sentimenti, etichette o ideologie.
Di fronte a tanta incertezza, sappiamo invece alcune cose con certezza, come abbiamo scritto in un intervento il 5 aprile:
1. Abbiamo fatto incetta di soldi senza chiederci prima su cosa e come spenderli; solo dopo abbiamo predisposto in modo affrettato dei piani.
2. Non è un difetto genetico italiano: nessun Paese, neanche i meglio amministrati, può spendere efficacemente un tale fiume di denaro in così poco tempo.
3. Per presentare i piani entro i tempi richiesti abbiamo seguito la moda del tempo (ormai lontano anni luce) senza discutere quali fossero le nostre vere priorità.
4. Per soddisfare le scadenze si finisce per spendere i soldi in grandi progetti piuttosto che in micro-interventi, meno visibili e più difficili da organizzare e mantenere, ma spesso più utili per la qualità della vita dei cittadini.
5. Un tale ammontare di denaro, gestito da una miriade di enti e figure a livello di governo centrale e amministrazioni locali, è praticamente impossibile da monitorare, come risulta evidente dal rapporto della Corte dei Conti.
A ciò si aggiunge il fatto che le regole imposte dall'Europa per spendere queste risorse sono molto rigide, quasi da pianificatore sovietico, come rimarcato da Maurizio Ferrera. Ci sono centinaia di obiettivi e cronoprogrammi da rispettare e per la Commissione "fa fede il testo letterale" dei piani e le note scambiate con i governi nazionali.
Per esempio ci siamo impegnati a piantare 3,2 milioni di alberi entro il 2023, obiettivo ormai irrealizzabile anche perché la Commissione chiede che vengano piantati in boschi di almeno un ettaro. Un vincolo insensato (gli alberi servono ovunque), tanto più che nelle città è difficile trovare aree libere di questa dimensione.
Dati i tempi, le modalità, e soprattutto l'ammontare del Pnrr è molto difficile, se non impossibile, risolvere tutti questi problemi in tempi accettabili. Nessun governo ha colpe o meriti particolari su questo fronte.
Per questo abbiamo sostenuto che è opportuno riflettere sull'opportunità di utilizzare appieno i 123 miliardi presi a debito, oltre che di chiedere l'autorizzazione a cambiare destinazione dei fondi.
Vediamo alcune delle principali obiezioni al nostro ragionamento, oltre a quelle, assai diffuse, basate su "figuracce", "segnale", "orgoglio": in realtà, manderemmo un segnale di realismo e serietà.
1. Carlo Cottarelli sostiene che l'Italia ha fissato il disavanzo, cioè l'aumento del debito pubblico: se non ci indebitiamo con la Ue ci dovremo indebitare ad un tasso più alto. Ma questa non è l'unica alternativa: si può decidere benissimo di ridurre l'indebitamento. Le circostanze cambiano, cambiano le priorità e si impara dall'esperienza. Non c'è niente di male a prenderne atto. Tanto più che nessun Paese europeo si adonterà, soprattutto ora che ritorneranno i parametri del Patto di Stabilità.
2. Per Francesco Giavazzi il Pnrr sarà una grande volano di crescita, ma richiede che prima si facciano le riforme previste. Ammesso che sia vero, il problema è che i tempi per le riforme serie sono più lunghi di quelli del Pnrr (si pensi a una riforma della giustizia, se mai si farà, che porti la durata dei procedimenti alla media del mondo civile). Occorreva quindi un piano B per spendere utilmente i fondi del Pnrr anche in assenza di riforme. Senza riforme e senza piano B, la cosa più assennata è prendere atto della realtà.
3. Per Ferruccio De Bortoli anche ai tempi del Piano Marshall (che in rapporto al Pil valeva la metà del Pnrr) gli americani contestarono all'amministrazione italiana ritardi e inefficienze nello spendere i fondi. Ma poi questi problemi vennero risolti (soprattutto con la creazione della Cassa per il Mezzogiorno) permettendo al Piano Marshall di dispiegare effetti largamente positivi sulla crescita.
L'aneddotica sul Piano Marshall è, appunto, aneddotica: in assenza di dati al riguardo è difficile capire quanto vale il parallelo con il Pnrr. In ogni caso, il contesto era completamente diverso: il 90% erano sovvenzioni e solo il 10% prestiti (contro il 70% del Pnrr); non ci era richiesto, per esempio, alcun piano dettagliato di spesa a livello di singoli Comuni; e si trattava essenzialmente di rifornire di materie prime l'industria, di cibo e vestiario la popolazione e di ricostruire le infrastrutture essenziali distrutte dalla guerra.
Ancora una volta, richiamarsi allo spirito di quei tempi per auspicare una inversione di tendenza del Pnrr è una scommessa rischiosissima che cozza con la realtà storica completamente mutata e con tutta l'evidenza accumulata finora sul Pnrr.