Può sorprendere qualcuno, ma in Italia esiste un doppio 25 aprile. Il primo è quello delle istituzioni, con le cerimonie ufficiali che celebrano il giorno della Liberazione. Il secondo è quello della politica, fatto di polemiche aspre e di confronti in cui vibrano antiche passioni. Non è sempre stato così, ma è accaduto quando Berlusconi era al governo con una maggioranza di centrodestra in cui i leghisti erano scettici sulla ricorrenza assai più del partito di Gianfranco Fini, specie dopo il lavacro di Fiuggi. Accade di nuovo oggi che la destra di Fratelli d’Italia può vantare un consenso intorno al 29-30 per cento. La linea istituzionale è ovviamente interpretata dal presidente della Repubblica, che si attiene al significato profondo del 25 aprile: liberazione dall’invasore tedesco, ritorno alla pace e alla democrazia, speranza di ritrovare la concordia nazionale dopo la tragedia.
La lettera della presidente …
Può sorprendere qualcuno, ma in Italia esiste un doppio 25 aprile. Il primo è quello delle istituzioni, con le cerimonie ufficiali che celebrano il giorno della Liberazione. Il secondo è quello della politica, fatto di polemiche aspre e di confronti in cui vibrano antiche passioni. Non è sempre stato così, ma è accaduto quando Berlusconi era al governo con una maggioranza di centrodestra in cui i leghisti erano scettici sulla ricorrenza assai più del partito di Gianfranco Fini, specie dopo il lavacro di Fiuggi. Accade di nuovo oggi che la destra di Fratelli d’Italia può vantare un consenso intorno al 29-30 per cento. La linea istituzionale è ovviamente interpretata dal presidente della Repubblica, che si attiene al significato profondo del 25 aprile: liberazione dall’invasore tedesco, ritorno alla pace e alla democrazia, speranza di ritrovare la concordia nazionale dopo la tragedia.
La lettera della presidente del Consiglio cerca di collocarsi nel solco aperto dal capo dello Stato. È il tono che si conviene a chi guida il governo essendo il riferimento di un partito e di un settore del Parlamento che per lunghi anni non solo non ha mai festeggiato questa data, ma l’ha persino considerata un giorno luttuoso. Il ricambio delle generazioni ha via via stemperato una simile bizzarria, ma era opportuno che la premier proveniente da quella tradizione pronunciasse una parola definitiva prima di salire i gradini dell’Altare della Patria accanto a Mattarella.
Ne deriva che sotto l’aspetto istituzionale Giorgia Meloni ha detto quello che andava detto: un’adesione senza riserve al metodo democratico e ai valori di libertà e tolleranza; il riconoscersi nella Costituzione fatta “per unire e non dividere”; la conferma indiretta della scelta occidentale e atlantica, che oggi significa appoggio alla resistenza ucraina contro l’attacco russo. Forse il passaggio più significativo è la garanzia che questa destra di governo si riconosce oggi nel “patriottismo costituzionale”, la formula che sottolinea il valore del patriottismo ma lo colloca dentro la cornice della Costituzione, la Carta che gli antenati dell’attuale premier non sottoscrissero negli anni costituenti dell’immediato dopoguerra. Si dirà che l’affermazione non è una novità, visto che da tempo gli esponenti di An, prima, e di FdI poi giurano sulla Costituzione quando assumono cariche di governo. Tuttavia stavolta si avverte un’enfasi particolare, a ribadire l’importanza del passaggio.
In sostanza la presa di posizione della Meloni è sembrata rivolta soprattutto al Quirinale nel giorno più significativo, quasi a sottolineare la sintonia istituzionale che si è stabilita e che non è certo interesse di Palazzo Chigi compromettere. Tuttavia esistono anche altri destinatari: i Popolari tedeschi e tutti coloro che in Europa nutrono sospetti sulla destra italiana. È come se si volesse dir loro che FdI è un interlocutore affidabile quando tra un anno si voterà per il Parlamento europeo e si dovrà magari lavorare per dare una maggioranza alla nuova Commissione. Infine c’è il risvolto rassicurante rivolto a tutti gli elettori che hanno votato o potrebbero votare FdI nel futuro. Il richiamo alla brigata Osoppo composta da cattolici, laici, liberali — massacrata a Porzûs da partigiani comunisti — è inequivocabile nel suo sottinteso.
E qui si arriva al secondo livello del 25 aprile, quello politico. L’uscita della Meloni non ha spento le polemiche, le ha persino rinfocolate. A partire dalla mancanza di un’esplicita affermazione di antifascismo. Basta questo a riaccendere le luci su una zona ambigua che non sarà mai realmente risolta. Anche perché non la premier, ma alcuni suoi collaboratori rappresentano un’ambiguità vivente. E a sinistra, è ovvio, non intendono fare sconti: la posta in gioco è troppo alta.