✕

L'opposizione può rinascere dalle piazze sindacali

Ascolta l'audio

Dopo il decreto lavoro approvato dal governo Cgil, Cisl e Uil si coalizzano con il centrosinistra
2 minuti di lettura

Con un’opposizione parlamentare divisa e senza mordente, che oscilla quotidianamente tra antagonismo e consociativismo — vedi l’elezione del grillino Bonafede alla giustizia tributaria o i numerosi voti del Terzo polo con la maggioranza — a presidiare il confronto/conflitto con il governo sono rimasti in prima linea i sindacati confederali, la “triplice” come l’ha sprezzantemente definita Giorgia Meloni.
Un soggetto sociale che esercita la sua supplenza politica in una fase delicata del Paese, tra alta inflazione, bassi salari e un sistema economico che, lo dimostra il recente rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, fatica a uscire dalla doppia crisi provocata dal Covid e dalla guerra in Ucraina. In questa situazione, dove aumentano le spinte corporative e la richiesta di assistenza pubblica, la coalizione di governo trova il terreno più fertile per spingere ogni giorno più avanti la sua agenda. Ed &egra…

Con un’opposizione parlamentare divisa e senza mordente, che oscilla quotidianamente tra antagonismo e consociativismo — vedi l’elezione del grillino Bonafede alla giustizia tributaria o i numerosi voti del Terzo polo con la maggioranza — a presidiare il confronto/conflitto con il governo sono rimasti in prima linea i sindacati confederali, la “triplice” come l’ha sprezzantemente definita Giorgia Meloni.
Un soggetto sociale che esercita la sua supplenza politica in una fase delicata del Paese, tra alta inflazione, bassi salari e un sistema economico che, lo dimostra il recente rapporto Istat sulla competitività dei settori produttivi, fatica a uscire dalla doppia crisi provocata dal Covid e dalla guerra in Ucraina. In questa situazione, dove aumentano le spinte corporative e la richiesta di assistenza pubblica, la coalizione di governo trova il terreno più fertile per spingere ogni giorno più avanti la sua agenda. Ed è una direttrice, chiaramente di segno populista-conservatore, che sarebbe sbagliato sottovalutare.


Quando la premier si vanta, nel video da Istituto Luce girato a palazzo Chigi, di aver realizzato “il più importante taglio delle tasse degli ultimi decenni”, è facile ironizzare. Il debunking è semplice data l’enormità della bugia. Con il governo Draghi, ha calcolato ieri l’Ansa, c’era già stato un taglio del cuneo fiscale del 2%, aggiunto però a una riduzione dell’Irpef per un totale di 9-10 miliardi di tasse in meno. Con le risorse dell’assegno unico per i figli, si arriva a circa 15-16 miliardi di taglio draghiano delle tasse, contro i 3,5 di Meloni. Il confronto con i governi precedenti è comunque a svantaggio dell’attuale esecutivo. Per il bonus Renzi l’Ufficio parlamentare di bilancio aveva calcolato 9 miliardi di taglio delle tasse, a cui il governo Conte aveva poi aggiunto altri 5 miliardi l’anno, facendo salire il bonus da 80 a cento euro/mese. Anche qui siamo al triplo delle risorse messe in campo da Meloni per il taglio del cuneo. La battuta della presidente del Consiglio potrà dunque in futuro essere ricordata come una sparata propagandistica senza basi, come la vanteria dei Cinque Stelle sull’abolizione della povertà gridata dal balcone di palazzo Chigi. Quanto al resto delle norme del decreto Primo maggio, valga il giudizio di uno studioso come Pietro Ichino, di certo non accusabile di acquiescenza ai sindacati: “I nodi cruciali in materia di assistenza ai poveri — “occupabilità” e “condizionalità” — restano irrisolti e sul contratto a termine si ripropone la tecnica normativa fondata sul “causalone”, che può avere il solo effetto di tornare a gonfiare il contenzioso giudiziale”.


Eppure, quelli sul taglio delle tasse e sulla lotta ai presunti furbetti del divano (ovvero i percettori del Reddito di cittadinanza) sono messaggi che passano, anche grazie alla grancassa mediatica assicurata dalla quasi totalità dei telegiornali e dai quotidiani della destra. Si delinea così una precisa strategia, quella di accreditarsi come il “governo del popolo”, dei produttori e dei lavoratori, contro un’opposizione partitica inconcludente e rissosa e contro sindacati che resterebbero fermi sui loro no pregiudiziali. Una manovra sottile e pericolosa, che scavalca surrettiziamente i soggetti della rappresentanza e pone il governo — anzitutto la giovane leader che lo guida — in un dialogo diretto e disintermediato con “la Nazione”.


Per questo è importante la stagione di mobilitazione annunciata dai sindacati. Compresa la Cisl che, pur mantenendo aperta la porta al dialogo con il governo, non ha voluto spezzare l’unità dei confederali. E questa volta, come accaduto in altre stagioni conflittuali, sono i sindacati a farsi carico anche della politica, trascinando i partiti e accogliendoli nelle loro piazze. Accadrà il prossimo sabato a Bologna, poi a Milano e infine a Napoli. Con il Pd e i Cinque Stelle che si ritroveranno fianco a fianco nelle manifestazioni convocate dalla “Triplice” per dire no alla precarietà, no ai tagli mascherati alla sanità pubblica e all’istruzione. Difficile dire se sarà questo il primo seme di un’alleanza tra forze politiche che ancora giocano le une contro le altre a farsi sgambetti quotidiani. Ma, se si coltiva l’ambizione di costruire un’alternativa al governo “più a destra della storia repubblicana”, quelle piazze sono il terreno più favorevole per farlo attecchire.