✕

Come è cambiata Napoli da quello scudetto del 1987

L'intervento
3 minuti di lettura

Il Napoli è Napoli. In poche città esiste una sovrapposizione quasi perfetta tra la squadra di calcio e la città. Come il Futbol Club Barcelona è orgogliosamente "Més que un Club" - la scritta che campeggia al Camp Nou, anche il Napoli calcio è il simbolo di una città, della propria lingua, della propria identità, della propria cultura.

Per questo motivo, i successi (e più spesso gli insuccessi) del Napoli (calcio) ci raccontano qualcosa anche di Napoli. E il terzo scudetto racconta una storia diversa, rispetto a quella degli scudetti vinti nel 1987 e nel 1990 dal Napoli di Maradona.

Sull'arrivo di Maradona a Napoli nel 1984, negli anni del post-terremoto, e sui suoi sette anni all'ombra del Vesuvio si è detto, scritto e filmato ormai tutto. La Campania degli anni 80 aveva ministri e sottosegretari al governo, costruiva il Centro Direzionale, ma la città di Napoli attraversava un per…

Il Napoli è Napoli. In poche città esiste una sovrapposizione quasi perfetta tra la squadra di calcio e la città. Come il Futbol Club Barcelona è orgogliosamente "Més que un Club" - la scritta che campeggia al Camp Nou, anche il Napoli calcio è il simbolo di una città, della propria lingua, della propria identità, della propria cultura.

Per questo motivo, i successi (e più spesso gli insuccessi) del Napoli (calcio) ci raccontano qualcosa anche di Napoli. E il terzo scudetto racconta una storia diversa, rispetto a quella degli scudetti vinti nel 1987 e nel 1990 dal Napoli di Maradona.

Sull'arrivo di Maradona a Napoli nel 1984, negli anni del post-terremoto, e sui suoi sette anni all'ombra del Vesuvio si è detto, scritto e filmato ormai tutto. La Campania degli anni 80 aveva ministri e sottosegretari al governo, costruiva il Centro Direzionale, ma la città di Napoli attraversava un periodo buio.

Maradona fu pagato 13 miliardi e mezzo di lire, una cifra enorme per quel calcio - ridicola per il calcio di oggi. Malgrado fosse considerato uno dei migliori giocatori al mondo, arrivò in una squadra da bassa classifica, grazie all'intuizione di Corrado Ferlaino, ma soprattutto alla volontà del Barcelona di disfarsene e al mancato interessamento delle altre squadre di vertice. Troppe le voci sulla sua vita smodata.

Napoli si identificò subito con Maradona: genio e sregolatezza, bellezza assoluta e improvvisazione. Le vittorie del Napoli di Maradona in Italia erano le vittorie di una città che si sentiva bella, ma incompresa, mai abbastanza preparata per essere competitiva, mai abbastanza sicura di sé per vincere. Napoli scoprì che bastava il genio di Diego a cambiare la sorte, a passare da sconfitti a vincitori.

In realtà, neanche ai tempi di Maradona si vinceva solo con Maradona. Gli amanti del calcio ricorderanno che le sorti del Napoli calcio cambiarono con l'arrivo di Ciccio Romano dal Torino, con altri acquisti importanti - Giordano, Bagni, Careca, De Napoli.

Ma soprattutto gli anni migliori di Diego furono quelli della sua miglior forma fisica - degli allenamenti duri con il preparatore atletico Fernando Signorini. Così arrivarono la vittoria dell'Argentina ai Mondiali del 1986, lo scudetto e la Coppa Italia con il Napoli nel 1987.

Con Maradona la città poteva finalmente "togliersi gli schiaffi da faccia," - vendicarsi dopo anni di sconfitte, di delusioni, di dileggi, di razzismo: "colerosi, terremotati, con il sapone non vi siete mai lavati" cantava a squarcia gola lo stadio San Siro negli anni 80.

Tuttavia, malgrado la rivalsa, la narrativa rimaneva la stessa. Davide batteva Golia, il sud trionfava sul nord, ma solo grazie al genio di Diego - grazie a D10s, non alla programmazione: "Nuje tenimme a Maradona..." era la risposta ai cori del San Siro.

Lo scudetto del 2023 è diverso. Forse meno romantico. È figlio della programmazione, dei conti in ordine, dello scouting internazionale, della globalizzazione. La programmazione inizia nel 2004, quando Aurelio De Laurentis rileva il Napoli dal fallimento e lo iscrive in terza divisione.

Nel 2007, il Napoli è di nuovo in serie A, nel 2011 è in Champions League, nel 2012 vince la Coppa Italia. Negli ultimi dieci campionati - dal 2012/13 al 2021/22 il Napoli è quattro volte secondo e tre volte terzo. Eppure, a differenza di gran parte dei grandi club della Serie A, ha i conti in ordine: chiude quattro esercizi su dieci in utile - con gli ultimi tre in rosso a causa dell'effetto Covid. Negli ultimi anni il Napoli eccelle soprattutto nella gestione della rosa.

Grazie alla bravura nello scounting internazionale, riesce a comprare giocatori giovani a basso prezzo che poi valorizza e rivende a prezzi ben più elevati, per poi investire nell'acquisto di altri giocatori altrettanto bravi, ma a prezzi (e ingaggi) più bassi. Quando va via Cavani arriva Higuain, dopo Higuain c'è Milik, dopo Milik c'è Osimhen, dopo Insigne c'è Kvaratskhelia, dopo Koulibaly c'è Kim.

Come le altre squadre della serie A, anche la rosa del Napoli è globalizzata. Ma alla sua maniera. Il Napoli guarda soprattutto a sud, al Global South, e a est. Nell'undici titolare di Spalletti, ci sono due italiani, un portoghese, ben quattro giocatori del Europa dell'est, un coreano, due africani e un messicano.

Dopo la vittoria di Torino contro la Juventus, i giocatori più rappresentativi del Napoli - il nigeriano Osimhen e il georgiano Kvaratskhelia - rimangono strabiliati dall'entusiasmo della città. Ma non hanno parole di rivalsa, bensì di consapevolezza nella forza della squadra e nel lavoro fatto in allenamento. I commenti post-partita di Spalletti, di De Laurentis, dei giocatori restituiscono una narrativa nuova.

La vittoria storica - lo scudetto vinto con maggior anticipo nella storia del campionato italiano - è frutto della programmazione, degli investimenti, di una strategia di lungo periodo, del lavoro della società, dal direttore tecnico ai preparatori atletici all'allenatore, ai giocatori. Si vince con la pazienza, la programmazione, le competenze, non solo con il genio.

Con queste caratteristiche, seppure non si vinca sempre, ci si va spesso vicini... e quasi sempre si va in Champions. Una narrativa nuova, un messaggio di maturità che lascia ben sperare anche per l'altra faccia del Napoli... che è Napoli.

L'autore è direttore del dipartimento di Social and Political Sciences dell'Università Bocconi