La fragilità delle vittime
di Concita De GregorioLe vittime sono sempre i più fragili. Anche questa volta, di fronte alla catastrofe. Sì, è vero: il caso, il destino, il luogo in cui ti trovi in quel momento. Sì, le circostanze fortuite. Ma non c’è quasi niente di fortuito, invece, quando l’alluvione travolge paesi e case e chi non ce la fa sono le persone anziane, quelli che non possono correre nuotare saltare, le madri con in braccio i bambini piccoli, i disabili. Non c’è niente di fortuito né nell’alluvione, né nella Spoon River di volti del giorno dopo. Dipende tutto dalla politica, sempre. Dipende dalle scelte che si fanno, da chi indichiamo perché le faccia in nostro nome. E’ per questo che rinunciare (non andare a votare, dire tanto è tutto uguale, tanto non cambia) è suicida. Perché cambia, cambierebbe invece.
Le vittime sono sempre i più fragili. Anche questa volta, di fronte alla catastrofe. Sì, è vero: il caso, il destino, il luogo in cui ti trovi in quel momento. Sì, le circostanze fortuite. Ma non c’è quasi niente di fortuito, invece, quando l’alluvione travolge paesi e case e chi non ce la fa sono le persone anziane, quelli che non possono correre nuotare saltare, le madri con in braccio i bambini piccoli, i disabili. Non c’è niente di fortuito né nell’alluvione, né nella Spoon River di volti del giorno dopo. Dipende tutto dalla politica, sempre. Dipende dalle scelte che si fanno, da chi indichiamo perché le faccia in nostro nome. E’ per questo che rinunciare (non andare a votare, dire tanto è tutto uguale, tanto non cambia) è suicida. Perché cambia, cambierebbe invece.
Punto primo. L’alluvione. La tragedia della terra che smotta dell’acqua che invade lo spazio costruito dagli uomini. Ogni volta la si racconta come imprevedibile, inevitabile. Non lo è. Sembra quasi un’azione dimostrativa delle forze della natura, quella in atto: una spiegazione semplice per uomini semplici: negazionismo climatico? Guardate. Dite: baggianate orchestrate da interessi occulti e da speculatori che vogliono impedirci di costruire, devastare, disboscare, tanto figurati se è vero che è colpa dell’uomo? Ecco, di nuovo, guardate. E’ regolare, lo sfacelo: pezzi di montagna che cadono, acque che si alzano, esondazioni, sbriciolamenti, scioglimenti. I più giovani lo sanno, sono la prima generazione che ha davanti agli occhi la prospettiva concreta della fine del mondo. La fine del paesaggio in cui sono nati, della possibilità di viverci ancora. Il loro sperdimento, a volte la rabbia, nasce anche da questo: non è solo la paura di non trovare il proprio posto nel mondo, la loro. E’ paura che non ci sia più un mondo. E da cosa dipende, se non dalle politiche che adottano gli uomini che governano le cose? Dalle scelte che fanno, dalla cura che adoperano per preservare quel che c’è nell’interesse di tutti, non di pochi, pazienza se costa. Ecologia, sviluppo sostenibile sono all’ultimo posto, sempre, il primo taglio ai bilanci, sempre. Perché non rientra subito, l’investimento: non rende in termini elettorali immediati a chi lo fa. Non il mese prossimo, al prossimo turno elettorale, ma fra tre anni forse, o fra dieci, e allora chi se ne importa.
Poi, quando la terra si apre, la pioggia diventa fiumana e invade le case, allora si salvi chi può ed è bella ogni volta la gara di solidarietà, sono nobili e generosi gli ennesimi angeli del fango ma troppo tardi, anche loro, arrivano dove le persone più deboli non hanno la forza per reagire. Non solo forza fisica. Anche. Ma forza economica, sociale: i luoghi dove vivono, tanti più sono precari tanto più sono pericolosi, tanto meno costano in termini di denaro tanto più costano quando in gioco è la vita. Quindi ecco, di nuovo, la politica: del sostegno abitativo, della messa in sicurezza di chi non può fare da sé, della previsione dei rischi che corre chi è debole, in caso di emergenza per esempio. Ma la moneta corrente è un’altra, lo vediamo lo ascoltiamo ogni giorno: è quella del farsi furbi, del rapinare quanto più possibile, del farsi i fatti propri e i propri interessi. Lo spirito del tempo, chiamiamolo nobilitandolo, è quello della gara dove vince il più forte, il più spregiudicato e volte il più scorretto, e va bene così. Gli altri si vede che non erano all’altezza di competere. Se esiste una differenza fra la destra e la sinistra, e certo che esiste, risiede in un principio semplicissimo, un principio di comunità: pensare prima a sé, al proprio tornaconto, o pensare a quello di tutti. Agli altri. Ma non in modo caritatevole, eroico, buonista. In modo funzionale: se tutti sono al sicuro allora anche io sono al sicuro. Nessuno si salva da solo, mai.
L’altro giorno Marco Bellocchio, 83, grande regista e maestro, parlava di catastrofe – appunto. In una conversazione che abbiamo avuto per “The Hollywood reporter Roma” ha detto molte volte questa parola, ha detto che mai nella sua lunga vita aveva avvertito un senso di catastrofe tanto imminente. Ma che è fiducioso, anche, perché sempre nella storia nei momenti che sembrano finali c’è un guizzo e sono i più giovani, certo, sono loro ad avere in carico il futuro. Infine, a proposito della politica, ha concluso: “Se governa la destra non è colpa della destra, non è colpa loro. Fanno quel che ci si aspetta. Poi: puoi dire che ci sia la manipolazione delle coscienze, che la gente voti per disperazione o per rabbia e senza capire. Però è la sinistra, è l’opposizione che deve rigenerare qualcosa che è morto. Ma non è che puoi parlare a loro, siamo noi che dobbiamo agire, inventare qualcosa”. Agire. Inventare qualcosa. Parlare a chi vota per disperazione o per rabbia, senza vedere le conseguenze. Ma presto però. Subito perché la terra non aspetta.