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Meloni, la trappola della solitudine

Catania, 26 maggio: la premier Giorgia Meloni alla chiusura della campagna elettorale delle amministrative  (fotogramma)

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Nelle relazioni di potere è cruciale disporre di buoni eserciti. Contano i capibastone, i funzionari, i dirigenti, gli apparati. La Regina da sola non basta
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Da che ho memoria, in politica, chi ha vinto ha preso e preteso tutto. A volte ha lasciato agli altri le briciole, ma perché non interessavano. Un po' anche perché ci si fa più bella figura, a concedere alla minoranza interna o all'opposizione un bene inessenziale.

Simulare ecumenismo di facciata, inoltre, torna sempre utile che poi la ruota gira, oggi a me domani a te. Quindi non parteciperò al coro di chi si indigna per le mani sulla città, è sempre stato così.

Ricordo che quando Cesare Previti disse "se vinciamo questa volta non faremo prigionieri", erano gli anni Novanta, ci fu un breve mormorio per l'eco bellica della formula, non per la sostanza. Le parole generano immagini e quelle erano immagini di morti, un'esagerazione lessicale (ciascuno ha i suoi riferimenti, d'altra parte).

Nei fatti chi ha vinto ha sempre preso quel che voleva e lasciato quel che per lui non rilevava, con l'eccezi…

Da che ho memoria, in politica, chi ha vinto ha preso e preteso tutto. A volte ha lasciato agli altri le briciole, ma perché non interessavano. Un po' anche perché ci si fa più bella figura, a concedere alla minoranza interna o all'opposizione un bene inessenziale.

Simulare ecumenismo di facciata, inoltre, torna sempre utile che poi la ruota gira, oggi a me domani a te. Quindi non parteciperò al coro di chi si indigna per le mani sulla città, è sempre stato così.

Ricordo che quando Cesare Previti disse "se vinciamo questa volta non faremo prigionieri", erano gli anni Novanta, ci fu un breve mormorio per l'eco bellica della formula, non per la sostanza. Le parole generano immagini e quelle erano immagini di morti, un'esagerazione lessicale (ciascuno ha i suoi riferimenti, d'altra parte).

Nei fatti chi ha vinto ha sempre preso quel che voleva e lasciato quel che per lui non rilevava, con l'eccezione forse di qualche governo di indole tardodemocristiana educato dagli antenati a un opportunistico Cencelli. Non erano tanto posizioni di garanzia, neppure in quel caso - anche, sì, in apparenza - erano soprattutto polizze assicurative di quieto vivere, convenienze circolari e mutevoli.

La bulimia onnivora ha bisogno di un conclave, però, per essere solida: serve un consesso di eguali che annuiscano alle decisioni, le condividano sentendosene artefici. Le decisioni solitarie e sprezzanti generano solitudine, specie se ad essere esclusi sono gli alleati in minoranza.

È molto pericoloso, quel tipo di dirigismo, perché mentre dagli avversari sai come guardarti, dagli alleati è più difficile difendersi: stanno dentro casa, girano, aprono i cassetti.

La linea di condotta di Giorgia Meloni finora è stata questa: qui tutte le strade sono mie, disse ad Alice la Regina. Ma poi si sa come finisce la fiaba, chissà al risveglio. La contropartita dell'impermeabilità alle richieste dei soci, andare a mento alto e sguardo rivolto all'orizzonte verso la propria meta comporta una certa solitudine, appunto, crescente mano a mano che si avanza.

Nelle relazioni di potere, invece, è cruciale disporre di buoni eserciti e l'elettorato non è un volume sufficiente a questi fini. Contano i capibastone, i funzionari, i dirigenti, gli apparati.

La sfavorita

Il tempo dirà se la cerchia stretta dei familiari di Meloni e relativi dipendenti sia una ronda capace da sola di garantirne l'incolumità funzionale. Si segnalano intanto, tornando al potere delle parole, alcune - chiamiamole così - opacità.

Bisognerebbe ridefinire il concetto di violenza, per esempio: se sia uguale contestare a parole o prendere a mazzate e non basta invocare la sensibilità, l'offesa. Un conto è essere manganellati quando si è stesi a terra, un altro essere oggetto di una protesta verbale per quanto veemente.

Siamo sempre nell'ambito del dissenso, certo: ma l'incolumità fisica ha un grado di tutela superiore rispetto a quella emotiva, specie se a picchiare sono persone in divisa dello Stato e a protestare privati cittadini. Che questi ultimi dissentano, in democrazia, è la norma: l'essenza stessa del concetto.

Il ministro Lollobrigida, cognato, fornisce intanto con grande loquacità esempi di mondi di riferimento: le famose matrici. Sentir dire a Giorgia Meloni che "libererà la cultura dal potere intollerante della sinistra" preoccupa un po' di più se i riferimenti culturali alternativi, i liberatori, sono quelli dell'etnia, della razza, del ceppo italico (sempre Lollobrigida).

Il presidente della Repubblica approfitta di Manzoni e Don Milani per dire quando può state calmi, andate piano: gliene va reso atto e merito.

Che poi alla fine, a proposito di merito, sarebbe questo il punto: poiché si tratta di governare un Paese - non è una mano di poker né una partita a Risiko - l'ideale sarebbe che a guidare la Cultura, le Sovrintendenze, le municipalizzate, le partecipate fossero convocate persone all'altezza del compito. Con un curriculum adatto, qualche libro letto, meglio se più di uno al mese, qualche esame sostenuto con profitto.

Verrebbe quasi da dire che non è questione di essere destra o sinistra, è questione di saperi. Non fare prigionieri prevede che si abbia una classe dirigente in grado di sostituire quella di chi si è eliminata senza far danno alla collettività, al funzionamento della macchina - che è di tutti e deve continuare a marciare. Una classe dirigente.

La Regina da sola non basta. Figuriamoci se neppure sui suoi ministri può contare.