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Pd, se si archivia il "campo largo"

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Giuseppe Conte ha chiuso la porta e con ciò ha fatto forse un favore al Partito democratico. Se qualcuno saprà cogliere l'occasione
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C'è un'espressione passata di moda in un attimo nelle ultime ore. È "campo largo". In gergo politico s'intende un'alleanza elettorale la più ampia possibile, senza tener conto della coerenza dei programmi, al fine esclusivo di battere l'avversario. È o era riferita soprattutto alla sinistra e in particolare all'intesa privilegiata fra Pd e Cinque Stelle: auspicata, cercata, temuta a seconda dei punti di vista.

Le amministrative di domenica 28 e lunedì 29 maggio hanno dimostrato che il "campo largo" non esiste o non funziona, salvo rare eccezioni. Due debolezze non fanno una forza. Si dirà che il voto nei Comuni non è indicativo per misurare una formula da sperimentare sul terreno più idoneo, vale a dire le elezioni per il Parlamento.

Sta di fatto che Elly Schlein considera il "campo largo" un obiettivo prioritario e lo rivendica anche dopo la sconfitta: "Perdiamo …

C'è un'espressione passata di moda in un attimo nelle ultime ore. È "campo largo". In gergo politico s'intende un'alleanza elettorale la più ampia possibile, senza tener conto della coerenza dei programmi, al fine esclusivo di battere l'avversario. È o era riferita soprattutto alla sinistra e in particolare all'intesa privilegiata fra Pd e Cinque Stelle: auspicata, cercata, temuta a seconda dei punti di vista.

Le amministrative di domenica 28 e lunedì 29 maggio hanno dimostrato che il "campo largo" non esiste o non funziona, salvo rare eccezioni. Due debolezze non fanno una forza. Si dirà che il voto nei Comuni non è indicativo per misurare una formula da sperimentare sul terreno più idoneo, vale a dire le elezioni per il Parlamento.

Sta di fatto che Elly Schlein considera il "campo largo" un obiettivo prioritario e lo rivendica anche dopo la sconfitta: "Perdiamo perché andiamo da soli". Non c'è vocazione maggioritaria che tenga, le fanno eco gli esponenti dei piccoli gruppi di sinistra ormai quasi fusi con il Pd.

Viceversa Giuseppe Conte, a cui non fa difetto una certa astuzia, si è affrettato a cambiare spartito. Basta parlare di alleanze, non serve in questa fase e si annacquano le identità politiche. Meglio che ciascuno rivendichi le proprie caratteristiche e poi si vedrà.

Conte, a sua volta uscito ammaccato dalle comunali, si rende conto di non poter restare con le mani in mano, privo di iniziative. Come Schlein nel Pd, anche lui ha dei contestatori interni che gli stanno prendendo le misure.

Uno di questi sembra essere proprio Grillo che non lo ha mai amato e oggi ritiene che sia meglio gestire la coesistenza con il Pd. Anche a costo di qualche compromesso: linea Schlein, si potrebbe dire.

Conte invece imbocca il sentiero opposto: antagonismo, rivendicazione delle cosiddette scelte identitarie sul terreno economico e sociale, ovviamente "pacifismo" filo-Putin in politica estera.

In un certo senso stiamo assistendo all'avvio della campagna per le europee del prossimo anno, quando, come è noto, si voterà con il sistema proporzionale. È una circostanza che in teoria potrebbe aiutare il Pd a fare i conti con se stesso e a decidere cosa vuole essere nel prossimo futuro.

Ridurre tutto o quasi al tema delle alleanze significa scegliere senz'altro i 5S come interlocutori, dal momento che questo è lo sbocco obbligato del massimalismo o della radicalizzazione voluta dalla neo-segretaria (salvo sulla politica internazionale, almeno per ora). Nella speranza di recuperare voti dal movimento ex "grillino" e al tempo stesso dai delusi della sinistra rifugiatisi nell'astensione.

È un'operazione che non sta dando frutti e anzi mostra quanto siano profonde le lacerazioni. Idem con l'appello a una sorta di "fronte popolare" contro l'alta marea della destra: un alibi un po' anacronistico per non affrontare la realtà.

Riaprire il laboratorio delle idee potrebbe invece condurre a qualche novità. È chiaro che il confronto interno non può ridursi a una trattativa tra correnti, a un mero riequilibrio di potere o di poltrone.

Al contrario, può essere l'occasione per ragionare sul riformismo utile al Paese. Nessun moderatismo poiché è con le riforme che una forza di centrosinistra può esprimere tutta la sua capacità di incidere sulla società.

Finora i riformisti del Pd sono visti come dei generali senza esercito. Parlano attraverso articoli e qualche convegno (forse dovrebbero farne di più), ma il vertice politico li ignora. Ora potrebbe valere la pena di cominciare a discutere a fondo. Senza l'ossessione di passare per "renziani" o "calendiani". Anzi, lasciando da parte in un primo tempo le alleanze.

In fondo Conte ha chiuso la porta e con ciò ha fatto forse un favore al Pd, se qualcuno saprà cogliere l'occasione. Sarebbe triste se l'iniziativa del giorno dopo si limitasse ad annullare il viaggio di Schlein a Bruxelles.