Con la scomparsa di Silvio Berlusconi la sua Mediaset entra ufficialmente nel XXI secolo. E non è detto che sia nelle condizioni migliori per restarci. Un business in declino e con un pubblico che invecchia come quello della tv generalista, l’assedio dei nuovi attori dello streaming, il treno mancato dello sviluppo digitale e quello deragliato nell’infausta esperienza della pay tv, sono tutte nubi che oscurano l’orizzonte dell’azienda berlusconiana per eccellenza.
Pier Silvio Berlusconi, che di Mediaset è da otto anni e anche per diritto dinastico amministratore delegato, coglie soprattutto questo carattere fortemente identitario quando nel messaggio inviato ieri ai dipendenti del Biscione parla di «amore e grande orgoglio» che il padre ha sempre avuto per il gruppo.
Il mercato finanziario si concentra invece sulle criticità presenti e future dell’azienda televisiva e le legge in funzione di un possibile cambio di as…
Con la scomparsa di Silvio Berlusconi la sua Mediaset entra ufficialmente nel XXI secolo. E non è detto che sia nelle condizioni migliori per restarci. Un business in declino e con un pubblico che invecchia come quello della tv generalista, l’assedio dei nuovi attori dello streaming, il treno mancato dello sviluppo digitale e quello deragliato nell’infausta esperienza della pay tv, sono tutte nubi che oscurano l’orizzonte dell’azienda berlusconiana per eccellenza.
Pier Silvio Berlusconi, che di Mediaset è da otto anni e anche per diritto dinastico amministratore delegato, coglie soprattutto questo carattere fortemente identitario quando nel messaggio inviato ieri ai dipendenti del Biscione parla di «amore e grande orgoglio» che il padre ha sempre avuto per il gruppo.
Il mercato finanziario si concentra invece sulle criticità presenti e future dell’azienda televisiva e le legge in funzione di un possibile cambio di assetti, come testimonia il secondo giorno consecutivo di rialzi per le quotazioni di Mfe, il nuovo nome della Mediaset con ambizioni europee. Ai fattori di rischio endogeni e ambientali si associa poi un mutamento strutturale che discende dalla figura di Silvio Berlusconi nelle sue molteplici declinazioni, in questo caso quelle di fondatore d’azienda e di partito. Per la prima volta dalla nascita di Mediaset, che del resto avveniva proprio nel segno del connubio tra politica e comunicazione ancor prima che il potere di Berlusconi diventasse ufficialmente rappresentato in Parlamento, il Biscione si trova adesso senza più lo scudo del partito-azienda Forza Italia.
Certo, gli eredi potranno contare su una maggioranza di governo genericamente vicina, ma non più su quel presidio fisso e potentissimo degli interessi - anche societari - rappresentato proprio dalla persona fisica paterna. Un presidio non gratuito – dei 100 milioni di debito complessivo di Forza Italia, 90 erano garantiti personalmente da Berlusconi – ma che evidentemente valeva quel prezzo.
Se questo è lo scenario su cui si staglia l’immagine di Mediaset, è interessante adesso vederne i movimenti e ipotizzarne i possibili sviluppi di fronte a un bivio che da una parte vede la continuità strategica – confermata ed enfatizzata in queste ore dalle comunicazioni familiari e aziendali – e dall’altra un processo di vendita o di conferimento delle proprie attività a una concentrazione nel settore media e telecomunicazioni.
Per quel che riguarda la situazione attuale è presto sintetizzata in pochi numeri: nell’ultimo bilancio, quello del 2022, il fatturato di Mediaset è vicino a 2,1 miliardi di euro, l’utile netto di 216 milioni contro i 374 del 2021, che era stato però un anno particolarmente buono. Dopo i rialzi degli ultimi giorni il gruppo capitalizza, ossia vale tutto intero in Borsa, 1,75 miliardi: negli ultimi cinque anni la sua capitalizzazione si è ridotta del 75% circa, segno evidente di un business che arretra. Fininvest controlla circa il 50% di Mediaset o per meglio dire Mfe, Mediaset for Europe, che ha già integrato le attività spagnole e italiane del gruppo e sotto la guida di Pier Silvio aspira ad espandersi in Germania, dove ha il 29% circa della malconcia ProSiebenSat.1
Se gli eredi di Berlusconi dovessero decidere di andare avanti da soli – e anche qui c’è da capire quali eredi: non è detto che gli interessi di Pier Silvio e della primogenita Marina siano allineati con quelli degli altri tre figli avuti dalle seconde nozze – è da questo assetto che dovrebbero ripartire; si presume non senza difficoltà legate alla dimensione relativamente limitata e al ciclo economico dei mercati su cui sono presenti.
Se invece sui loro tavoli si concretizzasse un’offerta interessante le cose potrebbero cambiare: oggi il 50% della famiglia nelle tv vale circa 900 milioni, ma qualsiasi proposta amichevole – una scalata è impossibile, vista la quota di controllo posseduta dagli eredi - dovrebbe comprendere come è ovvio un sostanzioso premio di maggioranza.
E a una Mediaset che oggi costa relativamente poco, potrebbero essere interessati in molti. Sono circolati i nomi dell’ex alleato e poi avversario di Berlusconi Vincent Bolloré, oggi socio al 23% di Mfe, in proprio attraverso la sua Vivendi o con una combinazione che comprenda anche la Telecom, in cui Bolloré è impigliato con una quota del 23,7% che finora è stata svalutata di oltre 3 miliardi. Ma anche altri attori internazionali potrebbero farsi avanti, in una fase in cui il consolidamento e la ricerca di produttori di contenuti appaiono più urgenti che mai. Tra i soggetti italiani si è fatto anche il nome dell’editore di Rcs e de La 7 Urbano Cairo, che ha smentito. Molte carte sono ancora coperte, di sicuro le banche d’affari stanno studiando in queste ore possibili combinazioni perché l’impero del Biscione diventi provincia di qualche più vasto possedimento. La strada di un’operazione internazionale - prima di tutto con l’ormai malfidato Bolloré - appare ardua, specie a sentire le dichiarazioni di questi giorni per la famiglia. Un’ipotetica combinazione nazionale con un polo televisivo ancora fortemente concentrato sull’Italia rappresenterebbe probabilmente un porto più sicuro per la famiglia e i suoi interessi e magari un modo per ritardare quell’ingresso nel nuovo secolo che ormai appare inevitabile.