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Quei vincoli contro i lavoratori

Quei vincoli contro i lavoratori
(ansa)
Le clausole di non concorrenza colpiscono il 20% dei dipendenti del settore privato, finendo per ingessare il mercato
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Per difendere i salari dei lavoratori erosi dall’inflazione non c’è solo il salario minimo orario fissato per legge e applicato a tutti i lavoratori. Anche sopra i livelli minimi si può fare di più senza per questo distruggere posti di lavoro. Una misura importante sarebbe permettere al mercato di svolgere il suo ruolo nel favorire l’incontro fra chi cerca lavoratori e chi vuole lavorare, rimuovendo ostacoli messi apposta per dare più poteri ai datori di lavoro nel tenere bassi i salari.

In Italia quasi un 20% di lavoratori dipendenti del settore privato è soggetto a clausole che limitano la loro possibilità di cambiare datore di lavoro se ritengono di essere pagati troppo poco. Si tratta di clausole di “non concorrenza” attraverso cui un dipendente si impegna a non fare concorrenza al datore di lavoro una volta terminato il rapporto di lavoro.

Nate come strumenti per proteggere segreti industriali e investimenti nel rapporto di lavoro (ad esempio in formazione) da parte delle imprese, da applicarsi quindi soprattutto a dirigenti e tecnici qualificati, sono diventate in molti casi solo uno strumento di limitazione della mobilità dei lavoratori e quindi del loro potere contrattuale. Questo ha effetti negativi sulla concorrenza non solo nel mercato del lavoro, ma anche nei mercati in cui si scambiano prodotti e servizi, perché riduce la possibilità per imprese concorrenti di assumere i propri lavoratori proponendo prodotti o servizi migliori e/o a minor prezzo.

In Italia le clausole di non concorrenza sono regolate dal Codice civile, ma la legge prevede solo requisiti minimi, senza fornire un quadro dettagliato. Sorprendentemente, i contratti collettivi non svolgono alcun ruolo nel regolarne l’utilizzo. Nel corso degli anni la giurisprudenza ha chiarito alcuni aspetti ma, al di là del rispetto dei requisiti formali di base, i tribunali mantengono un significativo margine di discrezionalità nella valutazione di ciascun caso. E poiché i casi che ogni anno arrivano alla Cassazione si contano sulle dita di una mano, è diffusa l’impressione erronea che si tratti di un fenomeno del tutto marginale.

Invece, i risultati di un’indagine condotta da uno di noi in collaborazione con Andrea Garnero dell’Ocse e Lorenzo Luisetto dell’Università del Michigan indicano che circa 2 milioni di dipendenti del settore privato in Italia sono soggetti a queste clausole. Non si tratta solo di professionisti o manager altamente qualificati (come il nuovo Ceo di Twitter, Linda Yaccarino, soggetta ad una clausola di questo tipo) o di lavoratori con accesso a informazioni riservate, ma in molti casi di lavoratori impiegati in occupazioni manuali ed elementari, spesso con un basso livello di istruzione, bassi salari e nessun accesso ad alcun tipo di informazione riservata.

Il Senato americano, raccogliendo l’invito della Federal Trade Commission (l’autorità antitrust statunitense) ha deciso di vietare l’utilizzo di questi patti di non concorrenza nei rapporti di lavoro. In Finlandia, Norvegia e Regno Unito sono state introdotte misure restrittive per limitarne la durata e la portata. Da noi tutto tace nonostante l’allarme da noi lanciato ormai un anno fa. L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ritiene che questo sia un problema del mercato del lavoro e non di quello dei prodotti e, dunque, non rientri fra le proprie competenze. Ma, come si è visto, non è così, e molte altre autorità antitrust, oltre a quella statunitense (ad esempio quella portoghese e la Competition and Markets Authority britannica) hanno deciso di intervenire.

Speriamo di essere smentiti, ma non ci risulta che alcuna iniziativa legislativa sia stata sin qui presa dal governo e dalle forze politiche rappresentate in Parlamento che pur lamentano frequentemente il fatto che in Italia si pagano bassi salari. Infine stupisce il persistente silenzio del sindacato e delle associazioni di categoria che potrebbero regolamentare l’utilizzo delle clausole nei contratti collettivi oltre che lanciare una campagna di informazione tra i propri iscritti rendendoli consapevoli di questi abusi di potere, che vanno a svantaggio di molti lavoratori e molte imprese (in un momento in cui faticano a riempire posti vacanti).

Ma forse alla base di questa mancanza di iniziativa c’è un problema culturale. Una esponente di punta del sindacato di fronte al nostro richiamo a intervenire per circoscrivere l’utilizzo dei patti di non concorrenza ci ha candidamente confessato che il sindacato non ama la concorrenza.

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