Marina e Pier Silvio, attenti a quei due
di Francesco ManacordaL’apertura del testamento di Silvio Berlusconi, che stabilisce la spartizione della sua eredità economica, chiude in maniera definitiva la stagione di un uomo che ha avuto nelle sue mani una concentrazione di potere – finanziario, politico, mediatico e culturale - come mai si era vista prima in una democrazia occidentale. E al tempo stesso attribuisce nuove responsabilità a chi quel potere lo riceve. Responsabilità che vanno ben oltre il perimetro statutario delle aziende del gruppo.
Marina e Pier Silvio, i due figli del primo matrimonio che avranno assieme la maggioranza assoluta di Fininvest, e che già da molti anni sono impegnati in ruoli operativi nelle aziende di famiglia, sono confermati come i soli eredi imprenditoriali. Mentre ai tre figli del secondo matrimonio – che anche assieme avranno comunque una quota di Fini…
L’apertura del testamento di Silvio Berlusconi, che stabilisce la spartizione della sua eredità economica, chiude in maniera definitiva la stagione di un uomo che ha avuto nelle sue mani una concentrazione di potere – finanziario, politico, mediatico e culturale - come mai si era vista prima in una democrazia occidentale. E al tempo stesso attribuisce nuove responsabilità a chi quel potere lo riceve. Responsabilità che vanno ben oltre il perimetro statutario delle aziende del gruppo.
Marina e Pier Silvio, i due figli del primo matrimonio che avranno assieme la maggioranza assoluta di Fininvest, e che già da molti anni sono impegnati in ruoli operativi nelle aziende di famiglia, sono confermati come i soli eredi imprenditoriali. Mentre ai tre figli del secondo matrimonio – che anche assieme avranno comunque una quota di Fininvest inferiore agli altri due – viene attribuito un ruolo di puri azionisti. La scelta è ben definita ed era stata presa addirittura nel 2006, quasi un ventennio fa. Ci si può chiedere se anche i tre eredi meno favoriti dalla spartizione avanzeranno prima o poi ulteriori pretese.
Ma lo scenario da osservare con più attenzione riguarda proprio il ruolo dei due Berlusconi “regnanti”, ora che quella inimitabile figura paterna non c’è più. Circostanze non casuali, e legate alle evidenti sinergie che possono favorire chi riesce a incrociare informazione e potere, hanno fatto sì che due dei tre cespiti più pregiati della cassaforte Fininvest siano attivi nel mondo della comunicazione e vedano appunto in posizione di responsabilità i due principali eredi: Marina come presidente di Mondadori; Pier Silvio da amministratore delegato delle televisioni di Mediaset. L’editoria (fatti salvi i libri, dove Segrate ha goduto di indipendenza) e la tv sono sempre stati business tutt’altro che liberi dall’intreccio berlusconiano; anzi, hanno rappresentato una componente fondamentale – che si trattasse delle agiografie settimanali su Chi o dei talk show ansiogeni mandati in loop sulle reti Mediaset prima di ogni elezione – nella costruzione del consenso politico e nella contemporanea e funzionale sacralizzazione della figura del fondatore di aziende e partito.
Nella lettura che si dà a Segrate e a Cologno Monzese, questo conflitto di interessi ha in realtà penalizzato le attività imprenditoriali delle aziende e i loro risultati economici, aggiungendo un di più di ostilità politica al normale scenario competitivo. Una tesi di parte, tutta da dimostrare e che probabilmente rappresenta l’esatto opposto di quello che è accaduto, a partire dall’evidente influenza del capo di un grande partito politico e più volte presidente del Consiglio sulla raccolta pubblicitaria dei suoi media.
Ma se l’assunto aziendale – la politica è stata un vulnus e non un vantaggio - è enunciato in buona fede, c’è da presumere che il percorso di Marina e Pier Silvio Berlusconi vada ora verso lo scioglimento del nodo strettissimo che lega appunto le imprese alla politica. A cominciare dalla simbolica, eppure concretissima, fidejussione firmata dal padre Silvio che garantisce i debiti di Forza Italia per un centinaio di milioni.
I primi segnali sono contraddittori: Marina ha sempre difeso con forza le posizioni politiche del padre ed ha attribuito proprio alla sua esposizione sulla scena pubblica gli attacchi che riceveva. Pier Silvio, negli anni, si è tenuto più distaccato dalla dimensione partitica e di governo, ma l’altra sera – proprio presentando i nuovi palinsesti di Mediaset, che pure sulla carta si annunciano un po’ meno schierati di quelli precedenti – ha detto che non entra in politica, ma ha aggiunto che non sente il bisogno di farlo anche perché al governo c’è una maggioranza salda. E certo, lo sappiamo senza bisogno che lui lo dica, non ostile.
Nelle scelte dei successori non potrà pesare solo questo fronte tutto interno alla scena italiana. Proprio Pier Silvio non nasconde le ambizioni di portare Mediaset in Europa; mentre Marina è certamente conscia che i movimenti di concentrazione industriale riguardano anche il settore dell’editoria. Se la dimensione che sceglieranno sarà quella “esterna”, se la scelta sarà quella di privilegiare il mercato e gli azionisti di minoranza che pure investono sulle aziende di famiglia quotate, sciogliere il nodo diventerà una scelta quasi obbligata. Non è detto che vogliano farlo. E se vorranno farlo non è detto che ci riescano: anche dopo la morte di Silvio Berlusconi resta salda e potente una generazione di suoi coetanei – Fedele Confalonieri sul lato aziendale, Gianni Letta sul versante politico – che sebbene si sia sempre ritratta come contraria alla “discesa in campo” del Cavaliere nel 1992, è stata di fatto in questo trentennio motore fondamentale dei rapporti tra politica, aziende e famiglia. In capo ai due figli che sono i veri eredi di Berlusconi sta così una responsabilità che guarda al futuro e che li interpella in prima persona.