Era il Summit Nato del 2016, a Varsavia, quando venne deciso il dispiegamento nelle tre Repubbliche baltiche ed in Polonia delle cosiddette presenze avanzate Enhanced Forward Presence. Di fatto quattro gruppi tattici da battaglia multinazionali (battlegroup) a livello battaglione rinforzato (circa 1500 militari) volti ad accrescere la sicurezza dei Paesi della Nato più vicini alla rinascente minaccia russa, lanciando un forte messaggio di coesione dell’Alleanza. Per la prima volta dopo la guerra fredda tornavano ad essere dispiegate forze permanenti dislocate sulla linea di contatto. Oggi, in risposta all’invasione ingiustificata dell’Ucraina e della crescente assertività russa, a questa forza permanente si sono aggiunti nuovi battlegroup in Romania, Ungheria, Bulgaria e Slovacchia.
Tra pochi giorni prenderà il via il nuovo Summit di Vilnius, il secondo dopo la guerra lanciata da Putin nel cuore dell’Europa. A Madrid, lo scorso anno, la Nato, con il suo nuovo concetto strategico, aveva aumentato la sua presenza avanzata e stabilito un rafforzamento della sua capacità di deterrenza e difesa dal Baltico al Mar Nero con un aumento delle forze di reazione rapida da quarantamila fino a trecentomila unità nella parte orientale dell’Alleanza.
I timori occidentali sembrano ora spostarsi verso il Baltico, verso le rotte artiche, verso quella che è sempre stata una delle vie di penetrazione russa. Quest’anno, non è casuale la scelta di portare il vertice a Vilnius, come a voler indicare la volontà di mantenere il Baltico un caposaldo Nato. Il nesso di causa-effetto rispetto al recente schieramento dei missili nucleari tattici Iskander in Bielorussia, a ridosso dei confini baltici e polacchi, ad una manciata di minuti di volo da Vilnius, è facilmente ipotizzabile.
Certamente la guerra in corso sarà il corollario della discussione e delle decisioni. Il tutto rivolto a quella minaccia russa che il Summit di Lisbona del 2011 aveva dato per scomparsa, portando ad una sostanziale riduzione delle forze assegnate alla Nato. Una decisione che oggi appare anacronistica: l’illusione è durata pochi anni fino all’invasione della Crimea del 2014.
A Vilnius sarà sancita la creazione del Consiglio Nato-Ucraina, il più alto foro politico per un Paese partner in ambito Nato, elevando l’attuale Commissione, strutturandola permanentemente. Forse un primo passo verso l’ingresso dell’Ucraina nella Nato. Non oggi. Non in questi giorni. Un giorno. Non, almeno, finché ci sarà la guerra. Le opinioni alleate sono di natura discorde anche sull’eventualità di concedere a Kiev un percorso accelerato con l’abolizione del Piano d’azione per l’adesione (Map).
Un fatto è certo: Zelensky, che sta compiendo un tour diplomatico nei Paesi Nato prima del vertice di Vilnius, cercherà di ottenere qualche impegno vincolante alleato a garanzia della sicurezza e della sovranità dell’Ucraina.
Questo Consiglio inciderà nella pietra l’impegno dell’Alleanza alla causa ucraina ed è secondo nella storia solamente al Consiglio Nato-Russia, creato nel 2002 sotto i migliori auspici di una fruttuosa cooperazione, riunitosi per l’ultima volta il 12 gennaio 2022 alla vigilia dell’attacco russo e dissipatosi per “differenze significative non facili da superare”, evidenti nuovamente oggi come decenni fa.
A questo punto verrebbe da interrogarsi su quelle che sono state nel passato le varie strategie di Putin, sul vero significato dello sviluppo delle relazioni con la Nato e a quando risalga l’origine del suo piano di invasione dell’Ucraina. Uno dei momenti che forse avrebbe potuto far riflettere maggiormente è stato l’utilizzo dei migranti, nell’autunno del 2021, indirizzati verso la Lituania e la Polonia come fossero uno “strumento” ibrido da parte della Bielorussia: probabilmente un test preliminare della Russia sulla capacità di reazione europea.
Di certo, alla fine della ribellione di Prigozhin e forse all’alba della creazione di una nuova Wagner, in continuità con una guerra senza fine e con le nuove minacce al Baltico, un Putin che appariva indebolito sembra ora, per quanto assurdo possa sembrare, nell’imprevedibilità delle conseguenze delle azioni che si compiono in tempo di guerra, aver rafforzato la sua leadership.
La Nato oggi è tornata di estrema attualità e ha ritrovato la propria identità e il proprio ruolo. L’Unione Europea pure tra tante difficoltà e qualche critica ingiusta si sta impegnando, in una maniera senza precedenti, nella costruzione di una difesa europea più efficace. È necessario, adesso più che mai, che l’Europa e la Nato sappiano parlare con una sola voce perché è indispensabile protrarre il supporto all’Ucraina e mettere in atto una deterrenza credibile verso la Russia, rivolgendo attenzione anche ai Balcani occidentali, che rappresentano ancora un’area instabile, senza dimenticare il sostegno ad altri Paesi potenzialmente a rischio come Georgia e Moldavia.
Bisognerà ulteriormente riflettere su come allontanare il potere di Wagner dal Sahel e dalle altre aree africane che ne soffrono la pressione. Più a Nord, verso l’Artico, ponendo in essere delle misure credibili a dissuasione dalla minaccia posta dal nuovo dispiegamento nucleare in Bielorussia che unisce i suoi effetti all’enclave di Kaliningrad e alle basi russe nella penisola di Kola e sul Mar Bianco.
In sostanza la partita per la libertà è ancora in pieno svolgimento e per vincerla l’Ucraina, l’Unione Europea, la Nato, tutto il mondo libero devono continuare a mettere in campo ogni azione e ogni sforzo possibile.