Esteri

Galeotti: “Wagner perderà influenza ed efficacia. Il potere di Putin è decadente come il Tardo Impero Romano”

Mark Galeotti

Mark Galeotti

 
L’intervista al direttore di Mayak Intelligence. “La Russia ora assomiglia all’antica Roma quando l’imperatore doveva tenere a bada i suoi pretoriani”
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MOSCA – Mark Galeotti non ama fare speculazioni. “La verità è che non sappiamo davvero che cosa stia succedendo. Non sappiamo dove sia Evgenij Prigozhin, dove sia Sergej Surovikin, che cosa succederà a quel che resta di Wagner. Per rispondere a queste domande, dobbiamo ancora aspettare”, dice al telefono con Repubblica il direttore di Mayak Intelligence, nonché autore di oltre 25 libri sulla Russia tra cui Le guerre di Putin: dalla Cecenia all'Ucraina.

Eppure, a quasi due settimane dall’ammutinamento di Wagner, qualche punto fermo si può già mettere: “Wagner così come la conoscevamo non esisterà più”. E si può anche cominciare a fare qualche previsione sul futuro. “Dal primo ottobre gli stipendi di polizia, esercito e forze di sicurezza verranno aumentati del 10,5%. La Russia comincia ad assomigliare all’antica Roma quando l’Imperatore cercava di tenere a bada la sua Guardia Pretoriana”.

Che grado di autonomia avrà ancora Prigozhin? È possibile che continui ad esempio a gestire le operazioni in Africa?

“Le operazioni all’estero di Wagner erano molto redditizie per il Cremlino perché erano anche un mezzo per proiettare il suo potere politico. Ma sembra però improbabile che Prigozhin possa continuare a gestire uno strumento statale russo, ma è anche difficile che sopravviva senza Prigozhin. Stiamo assistendo allo scioglimento e smembramento delle sue altre società, come Concord e Patriot, e la forza di Wagner in Africa era offrire ai regimi autoritari non soltanto uomini armati, ma anche sostegno tecnologico per truccare un’elezione o organizzare una campagna sui social media. Wagner operava in Africa all’interno di un ecosistema economico e politico molto complesso. Non sono sicuro che, una volta smantellati Concord e Patriot, possa continuare a essere così efficace”.

Che ripercussioni sta avendo l’ammutinamento sul sistema di potere?

“I media statali russi fanno resoconti quasi trionfalistici perché la rivolta è stata incruenta a parte i poveri piloti abbattuti di cui tutti sembrano essersi dimenticati. Ma il sistema di Putin si è chiaramente indebolito. Si reggeva su tre pilastri: la sua legittimità personale, l’ampiezza di risorse finanziarie e la sua capacità di investirle per risolvere i problemi, il suo presunto controllo sull'apparato di sicurezza. E il sistema è stato danneggiato su tutti i fronti. Putin ha perso legittimità: da un lato ha denunciato Prigozhin come un “traditore”, dall'altro ha stretto un accordo con lui. E a quanto pare Prigozhin non sta neppure rispettando i termini dell’accordo: non è a Minsk ed è tornato in possesso di una certa quantità di denaro anche se Concord, la sua principale holding, sembrerebbe essere stata sciolta. Il compito di Putin sarebbe inoltre proprio anticipare o impedire che le faide interne diventino pericolose e in questo ha fallito. Secondo, le riserve russe sembrano apparentemente ancora sane, ma in realtà sono state consumate dalla guerra e circa 300 miliardi di dollari sono stati congelati nelle banche occidentali. Quindi i soldi non sono poi così tanti. Terzo, l’apparato di sicurezza si è rivelato inaffidabile. In conclusione, lo Stato nel suo insieme ne esce più debole”.

Perché Vladimir Putin ha lasciato che le rivalità tra Prigozhin e il ministro della Difesa Sergej Shojgu degenerassero fino al punto di ritorno? Non ne vedeva il potenziale pericolo o non era a conoscenza dei livelli raggiunti dalle invettive di Prigozhin?

“Dubito fortemente che Putin non fosse stato informato di quello che stava succedendo. Il problema è che Putin è riluttante a prendere decisioni difficili. Davanti ai dilemmi senza facili risposte, temporeggia, rimanda, resta paralizzato. Lo abbiamo visto più volte prima e dopo l’invasione dell’Ucraina. In questo caso non voleva andare contro Prigozhin perché temeva di perdere una forza chiave in Ucraina e anche perché colpire Prigozhin avrebbe voluto dire colpire il cuore del suo sistema di imprenditori politici che agiscono al di fuori delle strutture statali per compiacere il capo: basti pensare alle migliaia di uomini che Wagner è stato pronto a sacrificare pur di conquistare Bakmut. Dall’altro, non poteva nemmeno schierarsi contro Shojgu che oltre ad avere con lui una relazione speciale, è anche il ministro della Difesa. Non sapeva davvero che cosa fare. È rimasto paralizzato. E perciò la situazione è degenerata a tal punto”.

Le forze armate non sono intervenute per fermare l’avanzata di Wagner, ma non si sono neppure unite alla ribellione. Che cos’è successo?

“Dobbiamo riconoscere il grado d’iniziativa di Wagner che è sempre stato il suo punto di forza rispetto all’ingessata gerarchia militare. Ha operato in piccole unità che si sono mosse lungo strade diverse. Il fatto che siano state in grado di arrivare così lontano, a posteriori è stato giustificato dicendo che si volevano evitare spargimenti di sangue e che la battaglia sarebbe stata ingaggiata soltanto se avessero raggiunto il fiume Oka. In parte è vero. Ma è anche vero che molti comandanti non erano sì disposti a unirsi ai mercenari di Wagner, ma neppure a fermarli. Per me la cosa più notevole di questo ammutinamento è che in qualche modo è stato un voto di fiducia sul regime di Putin. E la maggior parte della gente ha pensato che fosse meglio aspettare come andasse a finire”.

Vi sono notizie non confermate che il generale Surovikin sia stato arrestato o quanto meno interrogato. Sono iniziate le “purghe”?

“Non prevedo nessuna grande epurazione. In primo luogo, perché la risposta di Putin alle crisi solitamente è fingere che non siano accadute e basta guardare i media russi per capire che anche stavolta sarà così. Secondo, perché è cominciata la controffensiva ucraina e non è il momento di depotenziare gli alti vertici militari. Terzo, Putin non può sbarazzarsi di Shojgu o di Valerij Gerasimov senza apparire debole perché sembrerebbe una concessione a Prigozhin. Certo, una persona o due, come Surovikin, potrebbero diventare il capro espiatorio. Ma nulla di più. È comunque il segno che le autorità pensino che Prigozhin abbia avuto dei complici”.

In fine dei conti, sembra che Shojgu esca vincitore da questa crisi. Come pure il capo della Guardia Nazionale Viktor Zolotov che ha annunciato che riceverà carri armati e armi pesanti. È così?

“Ogni nuovo tank fabbricato serve in Ucraina piuttosto che in una guarnigione della Guardia Nazionale a Novosibirsk. Penso che si sia trattato di una promessa che si realizzerà in un futuro non troppo prossimo. Il vincitore potrebbe davvero rivelarsi Shojgu. È improbabile che venga licenziato senza che Putin appaia debole perché sembrerebbe una concessione a Prigozhin. D’altro canto, benché non sia chiaro dove si trovi, Prigozhin è sicuramente caduto in disgrazia. È finito il tempo dell'indipendenza di Wagner”.

Che cosa ne sarà delle altre compagnie militari private o di mercenari? Tra i parlamentari è in corso un dibattito sull’opportunità di legalizzarle o inglobarle nell’esercito?

“Il dibattito sulla loro legalizzazione è interessante, ma è importante soltanto nella misura in cui questi gruppi iniziano a operare al di fuori della Russia. Al momento, la maggior parte di loro non sono vere e proprie compagnie di mercenari. Non cercano di fare affari in giro per il mondo. Combattono in Ucraina. Sono soltanto un altro espediente per evitare una nuova ondata di mobilitazione. Aziende come Gazprom e Roskosmos sono chiamate a fare la loro parte attirando reclute e sborsando soldi. Ma dopo la guerra vedremo scomparire la maggior parte di queste nuove compagini. Probabilmente sopravviveranno soltanto quei gruppi come Patriot che hanno operato in Libia e Siria. E a quel punto, probabilmente, sì saranno legalizzati. Ma avverrà un domani, non nel futuro prossimo”.

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