Kiev come Berlino Ovest
di Marta DassùIl vertice di Vilnius della Nato, la settimana prossima, dovrà letteralmente quadrare il cerchio: Kiev ha chiesto di entrare nell’Alleanza atlantica ma la Nato non potrà offrire all’Ucraina una membership immediata, visto che gli Stati Uniti per primi non intendono varcare la “linea rossa” di un confronto diretto con Mosca. L’idea è di creare un Consiglio Nato -Ucraina, di offrire a Kiev misure rafforzate di sicurezza attraverso accordi bilaterali con le maggiori potenze occidentali e di dichiarare che l’Ucraina entrerà nella Nato quando le condizioni lo consentiranno. Il che significa: quando ci sarà un armistizio e le ostilità cesseranno.
Una impostazione di questo genere – che dimostra l’esistenza di un gap fra le aspirazioni legittime dell’Ucraina e le priorità occidentali, anch’esse legittime - solleva due tipi di dilemmi. Il primo è di evitare che si ripetano le ambiguità generate nel 2008 dal vertice di Bucarest: promesse vaghe seguite da impegni vuoti, molto poco concreti…
Il vertice di Vilnius della Nato, la settimana prossima, dovrà letteralmente quadrare il cerchio: Kiev ha chiesto di entrare nell’Alleanza atlantica ma la Nato non potrà offrire all’Ucraina una membership immediata, visto che gli Stati Uniti per primi non intendono varcare la “linea rossa” di un confronto diretto con Mosca. L’idea è di creare un Consiglio Nato -Ucraina, di offrire a Kiev misure rafforzate di sicurezza attraverso accordi bilaterali con le maggiori potenze occidentali e di dichiarare che l’Ucraina entrerà nella Nato quando le condizioni lo consentiranno. Il che significa: quando ci sarà un armistizio e le ostilità cesseranno.
Una impostazione di questo genere – che dimostra l’esistenza di un gap fra le aspirazioni legittime dell’Ucraina e le priorità occidentali, anch’esse legittime - solleva due tipi di dilemmi. Il primo è di evitare che si ripetano le ambiguità generate nel 2008 dal vertice di Bucarest: promesse vaghe seguite da impegni vuoti, molto poco concreti. Un mix deleterio, da cui Putin ha tratto la convinzione che la guerra gli convenisse. Visto il livello degli aiuti militari occidentali, questo rischio resterà tuttavia contenuto: specie se gli impegni bilaterali a sostenere l’Ucraina verranno rafforzati. Fonti della Casa Bianca paragonano ormai la traiettoria del sostegno all’Ucraina agli accordi esistenti con Israele. Il problema, come ha notato François Heisbourg, è che la sicurezza di Israele si fonda anche sul deterrente nucleare nazionale, di cui l’Ucraina si è invece privata al momento dell’indipendenza in cambio di garanzie di sicurezza multilaterali (il successivo Memorandum di Budapest) che si sono dimostrate illusorie. Vilnius dovrà annunciare garanzie vere.
Il secondo dilemma è più radicale: collegare l’ingresso di Kiev nella Nato alla fine della guerra – condizione di cui la leadership ucraina stessa appare consapevole – rischia di conferire alla Russia una sorta di potere di veto, aumentando gli incentivi, per Mosca, a continuare la sua aggressione brutale. Esiste insomma un decisivo fattore “tempo”. Gli Stati Uniti, come gli alleati europei, puntano a rafforzare militarmente l’Ucraina perché sia in grado di recuperare parte delle aree occupate dalla Russia (il 15% circa del proprio territorio) e a quel punto trattare una tregua da posizioni migliori. Quel punto, nelle intenzioni americane, dovrebbe essere collocato entro la fine del 2023, per evitare che la war fatigue danneggi la campagna elettorale del presidente in carica. Putin ritiene di converso che il tempo giochi a proprio favore, nonostante le scosse che una guerra sbagliata e largamente fallita rispetto ai piani iniziali sta generando nel sistema di potere russo. Il Cremlino sembra ancora pronto a scommettere su un cambio favorevole a Mosca della presidenza americana, specie se il candidato repubblicano sarà Donald Trump.
Alla fine, solo progressi più rapidi e solidi della contro-offensiva ucraina sul terreno spingeranno Putin, che capisce solo il linguaggio della forza, a modificare i suoi calcoli. E questo richiede un aumento di quantità e qualità del livello di assistenza militare all’Ucraina: sarà questo il criterio su cui valutare le conseguenze operative del vertice di Vilnius.
La guerra distruttiva scatenata dalla Russia ha modificato in modo sostanziale la posizione dell’Ucraina negli scenari della sicurezza europea: l’Ucraina non può più essere considerata uno “stato cuscinetto”, è nei fatti diventata uno stato di frontiera. La frontiera fra il mondo euro-atlantico e quello euro-asiatico. Di conseguenza, la “neutralità” ha perso qualunque significato, come del resto dimostrano i casi di Finlandia e Svezia, un tempo citati come riferimenti possibili per Kiev.
L’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è più questione di se ma di quando; ed è reso credibile da quella che costituisce, già oggi, una sua integrazione di fatto con le armi, l’intelligence e la tecnologia occidentali. Come dimostra il precedente dell’ingresso della Germania occidentale nella NATO, nel 1955, una membership dell’Ucraina sarà possibile anche prima del recupero di tutto il proprio territorio. L’adesione della Germania occidentale all’Alleanza non ha poi impedito la riunificazione pacifica nel 1989. Mentre ha consolidato la sicurezza europea negli anni difficili della Guerra Fredda.
Il punto, per rendere possibile una prospettiva del genere nelle condizioni di oggi, è che Putin capisca il messaggio politico chiave che dovrà risultare da Vilnius: la Nato è realmente decisa a difendere l’indipendenza dell’Ucraina a lungo termine, rendendo impossibile alla Russia di rigiocare in futuro questa stessa nefasta partita.