È abbastanza chiaro che al centro delle politiche del governo resta la giustizia. Ma ci sono altri due temi cruciali destinati a occupare la scena nei prossimi mesi. Sono la riforma fiscale e la questione dei migranti. Non sono legati tra loro, è ovvio, tranne che per un aspetto, peraltro fondamentale: servono entrambi a definire un progetto, un’idea, insomma il senso di quale Italia ha in mente il destra-centro.
Questo non significa che i risultati siano a portata di mano, anzi l’impressione è che a Palazzo Chigi non stiano accelerando, almeno per ciò che riguarda fisco e giustizia, ma siano preoccupati di non increspare le acque nel rapporto istituzionale con il Quirinale e quindi procedano con cautela.
È un calcolo politico comprensibile, benché rischi di scontentare una parte dell’elettorato della destra. Un calcolo che contiene un preciso messaggio rivolto all’opinione pubblica: solo noi siamo in grado di fare le riforme che promettiamo, anche se ci vorrà molto tempo. Quin…
È abbastanza chiaro che al centro delle politiche del governo resta la giustizia. Ma ci sono altri due temi cruciali destinati a occupare la scena nei prossimi mesi. Sono la riforma fiscale e la questione dei migranti. Non sono legati tra loro, è ovvio, tranne che per un aspetto, peraltro fondamentale: servono entrambi a definire un progetto, un’idea, insomma il senso di quale Italia ha in mente il destra-centro.
Questo non significa che i risultati siano a portata di mano, anzi l’impressione è che a Palazzo Chigi non stiano accelerando, almeno per ciò che riguarda fisco e giustizia, ma siano preoccupati di non increspare le acque nel rapporto istituzionale con il Quirinale e quindi procedano con cautela.
È un calcolo politico comprensibile, benché rischi di scontentare una parte dell’elettorato della destra. Un calcolo che contiene un preciso messaggio rivolto all’opinione pubblica: solo noi siamo in grado di fare le riforme che promettiamo, anche se ci vorrà molto tempo. Quindi sosteneteci. Detto in altre parole, il fisco e la politica nel Mediterraneo possono guadagnare consensi al governo Meloni oppure possono farglieli perdere.
La lunga rincorsa verso le elezioni europee, tra circa undici mesi, si gioca su questo terreno: non tanto le riforme concrete, già realizzate, quanto le suggestioni e l’avvio di nuove prospettive. Questo spiega certe polemiche. Non è usuale che il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ruffini, risponda per le rime a un vice-presidente del Consiglio.
Tuttavia è persino più singolare che Salvini definisca i contribuenti «ostaggi dell’Agenzia», vale a dire dello Stato. In condizioni normali un attacco del genere non prevede una risposta dell’interessato, bensì il licenziamento. Ma non è questo il caso: Ruffini gode di una stima trasversale ed è stato appena confermato nel suo ruolo dalla premier.
Quindi Salvini ha fatto una delle sue uscite spericolate al probabile scopo di blandire idealmente quella parte del ceto medio che si sente vessata dal sistema fiscale e spera nei condoni. Difficile non leggere in questa uscita una rivalità con FdI, a cui aderisce il vice ministro Leo, autore del disegno di legge fiscale, e con la stessa presidente del Consiglio.
Comunque sia, cercare il consenso elettorale attraverso la scorciatoia dei condoni significa percorrere la solita vecchia strada di cui non si vede la necessità in un Paese moderno. Sarebbe più utile per tutti una discussione allargata intorno a ciò che è bene e ciò che è male nel testo di Leo. Ma non accadrà. Il solo risultato sarà di allungare i tempi della riforma, facendone un vessillo per gli uni e uno spauracchio per gli altri.
L’altro punto riguarda i migranti. Gli accordi stipulati in Tunisia dal trio Von der Leyen-Meloni-Rutte con il dittatore locale sono giudicati molto male dalle Ong e da vari settori della sinistra politica. Sul piano morale non c’è dubbio che le critiche siano fondate. Semmai andrebbe sottolineato un punto.
L’intesa non è il frutto dell’estrema destra europea di cui Meloni fa parte. Alla testa della delegazione c’era Von der Leyen, che guida la Commissione sulla base di una maggioranza che porta il suo nome (la “maggioranza Ursula”), espressione dell’intesa tra popolari, socialisti e liberal-macroniani. Segno che è l’Europa politica a porsi il problema della “sicurezza esterna” dell’Unione, senza esitare davanti ai patti con i “ras” del Nord Africa.
Tutto questo prima che arrivi la Cina. Moralmente l’iniziativa lascia l’amaro in bocca, ma sul piano diplomatico è un successo europeo e italiano. A Washington la premier potrà presentarsi a Biden come la giovane politica che lavora per la stabilità del Mediterraneo. E sappiamo che Giorgia Meloni ha bisogno più che mai del sostegno dell’amico americano.