Un’agenda per il lavoro povero
Raffaele MoreseIl primo round parlamentare sul salario minimo è ancora aperto. Finora, il centrodestra non è voluto neanche salire sul ring. Ma le ultime dichiarazioni della presidente del Consiglio Meloni sembrano aprire spiragli di dialogo. In questo senso l’ha interpretate anche la segretaria del Pd.
Il “lavoro povero”, prima ancora che la fissazione di un salario minimo, è diventato finalmente un tema di sempre più ampia attualità. Sotto questo profilo, l’iniziativa di Elly Schlein, che con testardaggine ha cercato di coinvolgere quasi tutti i partiti di opposizione, ha avuto il merito di interrompere una fase di confusione comportamentale e propositiva su questo tema.
Per il successo del tentativo di dialogo, si deve andare oltre …
Il primo round parlamentare sul salario minimo è ancora aperto. Finora, il centrodestra non è voluto neanche salire sul ring. Ma le ultime dichiarazioni della presidente del Consiglio Meloni sembrano aprire spiragli di dialogo. In questo senso l’ha interpretate anche la segretaria del Pd.
Il “lavoro povero”, prima ancora che la fissazione di un salario minimo, è diventato finalmente un tema di sempre più ampia attualità. Sotto questo profilo, l’iniziativa di Elly Schlein, che con testardaggine ha cercato di coinvolgere quasi tutti i partiti di opposizione, ha avuto il merito di interrompere una fase di confusione comportamentale e propositiva su questo tema.
Per il successo del tentativo di dialogo, si deve andare oltre la proposta identitaria. Questa ha limiti già verificati in passato. Non è la prima volta che viene presentato un progetto di legge dall’opposizione sul salario minimo. Ci provarono nel 1954 i deputati comunisti e socialisti con primi firmatari nientemeno che Di Vittorio e Santi (proposta di legge n. 895). Non se ne fece niente. Rispetto ad allora, ci sono situazioni di fatto molto differenti. Una su tutte. La diffusione della contrattazione collettiva, che ora è così estesa tanto che si parla e si enfatizza l’esistenza dei contratti pirata.
Non deve meravigliare l’attuale freddezza della Cisl sulla proposta dell’opposizione. Anche allora la Cisl di Pastore si defilò. Aveva già in mente l’esigenza di ampliare il potere contrattuale, non solo nazionale ma anche aziendale. E i fatti le diedero ragione.
Quello da fare ora, da parte di tutti, è costruire un’agenda per il “lavoro povero”, che unifichi innanzitutto il fronte sindacale che a sua volta possa contare su un sostegno di tipo legislativo. In ordine sparso non si va da nessuna parte. Lo sa la Cisl che non ha nel suo Dna la vocazione all’arroccamento e anche la Cgil e la Uil che non hanno convenienza a mettere solo nelle mani della politica un tema così rilevante.
Bisognerebbe dare priorità a ciò che già ora unisce il sindacalismo confederale, la cui vitalità contrattuale è confermata dagli accordi che sta inanellando in molti settori, con un buon recupero dell’inflazione. Ma è impegno che riguarda i “garantiti”. Verso il “lavoro povero” bisognerebbe rovesciare le priorità. Ai precari mancano tanti diritti contrattuali, oltre che salari dignitosi.
C’è un sostanziale accordo tra Cgil, Cisl e Uil sulla necessità di dare valore “erga omnes” ai contratti stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi. Si coglierebbero due piccioni con una fava: scomparirebbero i contratti pirata e si stabilirebbero diritti essenziali e soglie salariali articolate per categoria, attraverso i minimi contrattuali. Basterebbe che il governo chiedesse con urgenza all’Inps di certificare la consistenza rappresentativa delle strutture sindacali sia dei lavoratori che dei datori di lavoro, con le procedure già delineate da accordi interconfederali. In pochi mesi avremmo indicazioni stabili.
C’è anche un possibile avvicinamento tra le organizzazioni sindacali sulla necessità di ridurre il bouquet di contratti a tempo determinato. Comprese le false partite Iva. Per quelli che resteranno, sarebbe il momento di determinare, per legge, che un’ora deve costare di più di quella a tempo indeterminato e per contrattazione, stabilire la sua misura e la sua destinazione a salario o pensione, o a entrambi gli istituti. Il lavoro a tempo determinato non può essere cancellato, ma essendo più carico d’incertezze, va indennizzato.
In questo contesto, la definizione di un salario minimo per legge diventerebbe un punto di riferimento che, come tutti sanno, non produce nulla di automatico, ma può esercitare una efficace moral suasion su aziende riottose all’applicazione dei contratti, specie se le sanzioni non saranno soltanto “carezze” monetarie.
In altri termini, se il dialogo proposto non è un modo per prendere tempo, all’opposizione conviene tenere largo il tema del “lavoro povero” e favorire il più possibile l’intesa tra i sindacati confederali. Consiglierei di allontanare da sé la propensione a cercarsi il “sindacato amico”. In questo modo la maggioranza sarà sempre più costretta ma anche interessata a produrre regole condivise.
L’autore, ex segretario Fim Cisl e sottosegretario al Lavoro dei governi D’Alema e Amato, è presidente dell’Associazione Koinè