Il nuovo Fisco, una riforma iniqua e pro evasori
di Walter GalbiatiRoma, 4 agosto 2023: approvata alla Camera la delega fiscale
(ansa)Iniqua e favorevole agli evasori. Si muove dentro queste due direttrici la Riforma fiscale del governo Meloni. Perché ha come fine ultimo un’aliquota unica, la stessa per i poveri e per i ricchi, e perché strizza l’occhiolino con concordati e riduzione delle sanzioni a chi le tasse non le paga.
Che la flat tax sia iniqua lo hanno detto un po’ tutti, da Banca d’Italia al Fondo Monetario, da Confindustria ai sindacati, ma quel che forse dovrebbe contare di più è che è anche scritto nella nostra Costituzione che il fisco per essere equo deve essere progressivo.
L’articolo 53 non lascia adito a interpretazioni: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Punto.
Perché due redditi da lavoro devono essere tassati in maniera diversa? Perché se sono un lavoratore autonomo pago il 15% fino a 85 mila euro e se invece sono un lavoratore dipendente pago il 23% già a 15 mila euro…
Iniqua e favorevole agli evasori. Si muove dentro queste due direttrici la Riforma fiscale del governo Meloni. Perché ha come fine ultimo un’aliquota unica, la stessa per i poveri e per i ricchi, e perché strizza l’occhiolino con concordati e riduzione delle sanzioni a chi le tasse non le paga.
Che la flat tax sia iniqua lo hanno detto un po’ tutti, da Banca d’Italia al Fondo Monetario, da Confindustria ai sindacati, ma quel che forse dovrebbe contare di più è che è anche scritto nella nostra Costituzione che il fisco per essere equo deve essere progressivo.
L’articolo 53 non lascia adito a interpretazioni: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Punto.
Perché due redditi da lavoro devono essere tassati in maniera diversa? Perché se sono un lavoratore autonomo pago il 15% fino a 85 mila euro e se invece sono un lavoratore dipendente pago il 23% già a 15 mila euro di reddito?
È solo un favore a una parte di elettorato, il popolo delle partite Iva, molto vicino a chi come Giorgia Meloni considera le tasse «un pizzo di Stato» o a chi come Salvini considera che da troppo tempo milioni di italiani «siano ostaggi del Fisco e dell’Agenzia delle Entrate». Ed è un favore a chi poi tendenzialmente le tasse non le paga.
La Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale, pubblicata lo scorso anno, calcola in circa 100 miliardi l’evasione italiana. Una larga parte di questa, circa il 50% o più, è attribuibile alle partite Iva, ovvero alle persone che esercitano attività di impresa o di lavoro autonomo.
La loro propensione a evadere è altissima: si stima che autonomi e piccole imprese tendano a nascondere al fisco 68 euro ogni 100 guadagnati contro i 3 euro dei dipendenti e i 23 euro delle società di capitali.
La riforma Meloni strizza l’occhio proprio a questo mondo e lo fa introducendo il concordato preventivo biennale per le partite Iva e le Pmi. Qualcosa di simile lo aveva già fatto Tremonti negli anni Novanta. Si stabiliva un reddito medio e poi lo si aumentava di una percentuale fissa l’anno successivo e si concordavano le tasse da pagare per quei due anni indipendentemente da come sarebbero andati gli affari.
Probabilmente si ripeterà lo stesso procedimento con l’obiettivo di spingere i contribuenti evasori a dichiarare di più garantendo loro di non essere sottoposti ad un accertamento. Il pericolo però è che già in partenza le partite Iva dichiarino meno del dovuto per avere un concordato più basso. E questo rischio è più che reale vista l’alta propensione all’evasione.
Per evitare la corsa al ribasso e aiutare l’Agenzia delle Entrate ad accertare la vera capacità contributiva delle partite Iva bisognerebbe dotare l’amministrazione finanziaria di strumenti che permettano di incrociare tutti i dati dei contribuenti (compresi quelli bancari) e di una capacità di analizzare i dati nettamente superiore a quella attuale. Ma chi oggi è al governo non solo ha decretato l’aumento dell’uso del contante, ma ha sempre giudicato “intrusivi” questi sistemi di controlli nonché contrari alla privacy e difficilmente cambierà opinione.
La Riforma strizza l’occhio agli evasori anche quando parla di sanzioni. In un passaggio sembra addirittura adombrare il rischio di una depenalizzazione invocando il tema del ne bis in idem, ovvero il principio secondo il quale nessuno può essere punito due volte per lo stesso reato.
L’obiettivo dichiarato è di “razionalizzare il sistema sanzionatorio amministrativo e penale, anche attraverso una maggiore integrazione tra i diversi tipi di sanzione, ai fini del completo adeguamento al principio del ne bis in idem”.
Se qualcuno viene punito con una sanzione amministrativa non deve poi subire anche una condanna penale. Ma se poi a prevalere sarà sempre la sanzione amministrativa, eliminando di fatto quella penale, saremo di fronte a una vera e propria depenalizzazione dei reati. Qui dovranno essere i decreti a fare chiarezza.
Si attenuano le sanzioni e si offrono scappatoie anche quando nella riforma si afferma che debbano essere tolte le sanzioni penali a chi non può pagare le tasse per motivi che non dipendono da lui. Questa disposizione potrebbe favorire comportamenti fraudolenti, nel senso che chi non vuole saldare il conto con il fisco potrebbe svuotare la propria società, simulando per esempio stati fallimentari.
L’impostazione della Riforma, così come è scritta oggi, non favorisce certo la lotta all’evasione e Meloni lo sa bene. Nessuno infatti si è stupito quando il suo governo ha chiesto di rivedere il target del tax gap previsto dal Pnrr che imponeva la riduzione dell’ammanco di tasse dal 18,5% del Pil del 2019 al 15,8% per fine 2024. Come se avessero detto: “State sicuri, non lo raggiungeremo mai”.