Dall’alluvione al disastro. È nel giorno in cui il generale Figliuolo viene inviato alla campagna di Romagna disarmato - cioè senza un lira, o come disse lui con più eleganza “al momento senza portafoglio” – che a tutti viene il sospetto che a Roma dell’alluvione non ci stiano capendo nulla.
Sospetto perfino più grave di quello che si era a lungo temuto, e cioè che tutti i ritardi accumulati fin lì fossero dovuti a un mero calcolo politico di bassa lega, con la prospettiva delle elezioni regionali in arrivo e l’idea di indebolire la regione rossa. Invece, oltre i ritardi della nomina del commissario e i conseguenti bizantinismi dei sub-commissari, e oltre i gravi disagi di chi ha dovuto attendere più di due mesi perché firmassero un decreto, i danni si stanno moltiplicando di giorno in giorno. Servivano 9 miliardi circa, ne arrivano giusti giusti la metà. Si era promesso che tutti i cittadini sarebbero stati risarciti, e fin qui la Protezione civile ha versato 3mila euro a 11mila famiglie disastrate. Si era detto che le imprese andavano fatte ripartire il prima possibile per ridare fiato e lavoro a tutto il territorio, e a fronte di 2 miliardi di danni stimati arrivano 120 milioni per tamponare qualche falla.
Non è il piatto a piangere, ma l’asse dorsale di un’intera regione, che dal bolognese arriva fino a Ravenna, tocca Cesena, Forlì, decine di comuni e mezzo Appennino. Che poi di piangere qui non ne ha voglia nessuno e più che altro in molti stanno perdendo fiducia e pazienza. «Vedo rischi di tenuta sociale, spero che il governo se ne accorga», ha detto Bonaccini, di natura non un politico incendiario, in passato perfino accusato in di aver riconosciuto alla Meloni delle capacità. Ma della tenuta sociale il governo non sembra preoccuparsi. Cancella il reddito di cittadinanza e stringe il rubinetto dei fondi alle popolazioni colpite dall’alluvione. Non ascolta nemmeno il garbato grido di dolore che viene da un gruppo di cittadini di Fontanelice che rispettosamente chiede di far riaprire una strada. «Se volete, facciamo noi», aggiungono, con inusitato garbo. «Ci sono decine di famiglie che tutti i giorni corrono rischi per percorrerla. Non vogliamo essere sfollati in autunno. Non chiediamo soldi, chiediamo aiuti».
Fontanelice, l'appello di residenti e imprenditori: "A 80 giorni dall'alluvione la Sp33 ancora chiusa, aiutateci a farla riaprire"
Il video, che sta circolando velocemente in rete, è disarmante. Sono passati tre mesi dalla prima alluvione che ha sommerso queste terre, e anche se il maltempo non è poi una gran notizia, da queste parti è l’unico argomento che conta. Ci fossero dei dubbi sull’entità dei danni, nei giorni scorsi è intervenuto anche un ente terzo a stimarli. La multinazionale Aon, attiva tra le varie cose nella gestione dei rischi e delle attività assicurative, nel suo ultimo “Global catastrophe recap” ha stimato in 10 miliardi di dollari (ovvero circa 9 miliardi di euro) i danni dell’alluvione in Emilia-Romagna, classificandola come terza catastrofe del 2023, più grave delle inondazioni in Cina. E perfino lo stesso governo andando a bussare a Bruxelles per attingere al fondo di solidarietà, sempre a quella cifra di 9 miliardi ha fatto riferimento. In effetti, dubbi non sussistono. Restano solo molte domande inevase, oltre a quelle degli aiuti mancanti. E vertono tutte intorno al tema di quale possa mai essere la strategia di chi lascia a mollo una regione da sempre traino dell’economia italiana. Oggi che il Pil per la prima volta rallenta, quale potrà essere l’impatto negativo se un territorio cruciale ha piccole e anche medie aziende in ginocchio e senza prospettiva di potersi rialzare in fretta? In realtà, c’è anche di peggio. E il peggio è che mentre la concretezza degli aiuti sarebbe l’unica moneta spendibile su questi territori, fin qui i Comuni hanno dovuto fare praticamente tutto da soli, anticipando i fondi. Circa 500 milioni. Di cui solo 20 risarciti dal governo. Dall’alluvione alla bancarotta, di questo passo, non ci vorrà molto.