Quando una conversazione privata fatta davanti a un bicchiere di vino viene trasmessa pubblicamente alla radio, che altro vuol dire se non che il mondo si è trasformato in un campo di concentramento? La domanda posta nel 1984 da Milan Kundera in uno dei suoi romanzi più noti, L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1985 trad. A. Barbato) rivela, riletta oggi, una forma di preveggenza.
La letteratura, d’altronde, prevede. Lì la polizia segreta di un regime, oggi noi stessi felici oppressori, spioni e delatori di noi stessi. Che nome abbiamo a disposizione per una vita che non consente più – per nostre scelte, nostre vanità, nostri social, nostri dispositivi – una dimensione, non dico segreta o parallela, ma almeno privata? Il campo di concentramento – esplicita Kundera – è un mondo nel quale le persone vivono continuamente una accanto all’altra, giorno e notte.
La questione (domanda sotto l’ombrellone) prende l’abbrivo da una vicenda che potremmo definire “revenge marriage” o …
Quando una conversazione privata fatta davanti a un bicchiere di vino viene trasmessa pubblicamente alla radio, che altro vuol dire se non che il mondo si è trasformato in un campo di concentramento? La domanda posta nel 1984 da Milan Kundera in uno dei suoi romanzi più noti, L’insostenibile leggerezza dell’essere (Adelphi, 1985 trad. A. Barbato) rivela, riletta oggi, una forma di preveggenza.
La letteratura, d’altronde, prevede. Lì la polizia segreta di un regime, oggi noi stessi felici oppressori, spioni e delatori di noi stessi. Che nome abbiamo a disposizione per una vita che non consente più – per nostre scelte, nostre vanità, nostri social, nostri dispositivi – una dimensione, non dico segreta o parallela, ma almeno privata? Il campo di concentramento – esplicita Kundera – è un mondo nel quale le persone vivono continuamente una accanto all’altra, giorno e notte.
La questione (domanda sotto l’ombrellone) prende l’abbrivo da una vicenda che potremmo definire “revenge marriage” o anche “revenge love”, la storia riguarda infatti un matrimonio che si supponeva d’amore. La notizia è stata diffusa con un video su un sito internet il cui nome è Lo Spiffero. Perfetto. Gli spifferi sono, tra l’altro, uno dei pericoli della mondanità. Matrimonio, amore, mondanità e vendetta sono i principali ingredienti di questa storia.
I promessi sposi sono Massimo Segre, manager, e Cristina Seymandi, ex collaboratrice di Chiara Appendino e candidata alle elezioni comunali 2021 nella lista Torino Bellissima. Il matrimonio è stato rimandato già tre volte, ma la sera d’estate, nella villa in collina di Segre, è finalmente giunto il momento del discorso in piedi in cui gli sposi, anzi lo sposo, annuncerà agli invitati la nuova, e si spera definitiva, data delle nozze.
Il video mostra un uomo e una donna dietro la postazione del dj, le luci sono basse, lui in primo piano, lei di profilo.
Segre, dopo una introduzione classica – si scusa per la lungaggine ma i suoi sentimenti lo richiedono – augura alla futura sposa la libertà di viversi il suo amore. Non con lui però, col promesso sposo innamorato, bensì con un altro uomo, un noto avvocato. “Cara Cristina, so quanto tu ne sia innamorata, sia dal punto di vista mentale che sessuale – dice così, mentale e sessuale –. E so anche che prima di lui hai avuto una relazione con un noto industriale”. Tutto noto, insomma, anche la fine.
Conclusa la lettura che riporta, prepotente, nella nostra estate, l’idea che nessuno è esente dal ridicolo, che quasi, addirittura, il ridicolo coincide con l’umano, volta per volta, Segre, continua nel solco, non escludendo che lui e Seymandi – tornata dalla vacanza pagata a Mykonos e anche dal viaggio in Vietnam – possano continuare a lavorare insieme.
Appena tace, il dj accende la musica. Come in una serie televisiva. È vero che l’amore è libertà – e, in effetti l’amore è complicato, anche perché per essere liberi in una comunità di almeno due persone ci vogliono un sacco di regole – ma questa libertà non può essere accordata come un privilegio, un beneficio o un vantaggio.
Non può essere donata come fa Segre a Seymandi. La libertà non è un anello di matrimonio.
La lettera di Segre porta a galla un altro aspetto che ci lambisce tutti. E me ne sono resa conto perché sto dedicando questa estate alla lettura dei romanzi e dei saggi di Kundera. Uno dei fili annodati nell’arazzo della sua opera è il pudore.
L’esercizio al sentimento del pudore, un filo azzurro. Il pudore che è garanzia di libertà e – altro filo dell’arazzo, un filo d’oro – di eccitazione. Senza pudore non c’è eccitazione e non c’è desiderio. Così, la nostra paura, atavica, di rimanere soli e il sollievo, talvolta, di esserlo si è come allargato alla paura di rimanere soli in due. Soli in due.
Matrimonio? Non più esercitati al pudore, dunque alla libertà, dunque all’eccitazione, cominciamo a mostrare la difficoltà a stare soli in due, abbiamo bisogno di altri. Di qualcuno che ci guardi, ci ascolti, ci sollevi dalla nostra mancanza di desideri fisici e morali.
Di un pubblico anche se non facciamo niente altro che vivere. Meglio molti che qualcuno. Meglio ancora, tutti. La domanda di Kundera era, insomma, già una risposta. Nudi siamo tutti uguali, indistinguibili, senza pudore e senza vita privata.