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Clima, il prezzo della paralisi

Genova, un operaio al lavoro sotto il sole

 (ansa)

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Il riscaldamento del pianeta presenta i primi conti da pagare. E a farne le spese saranno per prime alcune zone, come il Sud Italia, già messe alla prova da anni di latitanza governativa
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Difficile che un governo che vanta tra le sue fila negazionisti climatici e una premier che non cita mai in maniera esplicita il tema del cambiamento in atto, ma si limita a parlare di «una realtà climatica imprevedibile», possa mettere in campo quella politica necessaria a contrastare i mutamenti di cui tutti siamo ormai testimoni.

Oggi il riscaldamento del pianeta sta presentando i primi conti da pagare. E a farne le spese saranno per prime alcune zone, come il Sud Italia, già messe alla prova da anni di latitanza governativa.

Questa estate, con temperature medie più calde di almeno 1,1°C rispetto ai livelli preindustriali, ampie zone degli Stati Uniti, dell’Europa e dell’Asia hanno sofferto l’inferno sotto vere e proprie “cupole di calore”, dovute all’alta pressione. E l’Italia non è stata da meno.

L’impatto di quella che, secondo gli esperti, potrebbe essere una nuova era di caldo record va ben al di là degli effetti che avrà sul turismo. Le industrie, dalle costruzioni al…

Difficile che un governo che vanta tra le sue fila negazionisti climatici e una premier che non cita mai in maniera esplicita il tema del cambiamento in atto, ma si limita a parlare di «una realtà climatica imprevedibile», possa mettere in campo quella politica necessaria a contrastare i mutamenti di cui tutti siamo ormai testimoni.

Oggi il riscaldamento del pianeta sta presentando i primi conti da pagare. E a farne le spese saranno per prime alcune zone, come il Sud Italia, già messe alla prova da anni di latitanza governativa.

Questa estate, con temperature medie più calde di almeno 1,1°C rispetto ai livelli preindustriali, ampie zone degli Stati Uniti, dell’Europa e dell’Asia hanno sofferto l’inferno sotto vere e proprie “cupole di calore”, dovute all’alta pressione. E l’Italia non è stata da meno.

L’impatto di quella che, secondo gli esperti, potrebbe essere una nuova era di caldo record va ben al di là degli effetti che avrà sul turismo. Le industrie, dalle costruzioni al manifatturiero, dall’agricoltura ai trasporti fino alle assicurazioni, indipendentemente dalla latitudine in cui operano, stanno cercando di reinventare il loro modo di lavorare perché le giornate ad alta temperatura (i killing degree days) sono diventate sempre più frequenti.

I leader dell’economia e i responsabili politici stanno facendo i conti con i costi delle aziende chiuse e della diminuzione della produttività.

Uno studio pubblicato l’anno scorso dall’Università di Dartmouth ha rilevato che negli ultimi venti anni le ondate di calore, causate dai cambiamenti climatici provocati dall’uomo, sono costate all’economia globale una cifra stimata intorno ai 16 mila miliardi di dollari.

E uno studio dell’International Labour Organization (Ilo), l’agenzia delle Nazioni Unite per i lavoratori, ha dimostrato che entro il 2030 ogni anno si perderà l’equivalente di oltre il 2% delle ore di lavoro in tutto il mondo, perché fa troppo caldo per lavorare o perché i lavoratori sono costretti a lavorare a ritmi più lenti.

L’Harvard Business Review ha calcolato che il danno globale sarà di altri 4 mila miliardi di dollari.

Non serve invece uno studio per capire che in Italia le più colpite dal calo di produttività dovuto al caldo saranno le regioni del Mezzogiorno, dove se è vero che l’abitudine a lavorare a temperature più alte è maggiore, è anche vero che i killing degree days stanno diventando la norma.

Al momento non esiste a livello nazionale una politica che affronti questi temi. Esiste solo la possibilità di ricorrere alla cassa integrazione, quando le temperature superano i 35 gradi, ma è uno strumento di contenimento e poco usato perché le richieste devono arrivare da datori di lavoro che operano per lo più in settori come l’agricoltura e le costruzioni i cui periodi più attivi coincidono con i mesi più caldi dell’anno.

La ministra del Lavoro Marina Calderone non ha fatto nulla al riguardo se non ipotizzare di considerare le ore di cassa integrazione per il caldo al di fuori del computo delle settimane previste nell’ambito del biennio mobile. Ovvero come ore aggiuntive rispetto a quelle ordinariamente previste.

Ma si tratta di un piccolo intervento che lascia sempre molta discrezionalità nell’applicazione e non affronta come un problema di politica industriale la nuova era di caldo a cui stiamo andando incontro. Il governo dovrebbe aprire un tavolo nazionale che coinvolga scienziati, economisti, aziende e lavoratori per pianificare una strategia comune.

Un forte invito a intervenire arriva da Banca di Italia che in uno studio ha calcolato l’impatto del caldo sull’economia italiana. Se l’aumento delle temperature rimanesse simile a quello attuale (circa +1,5 gradi), il Pil italiano frenerebbe tra il 2,8 e il 9,5% al 2100. Il caldo penalizza soprattutto il settore dell’agricoltura (più diffuso al Sud), ma ha effetti negativi anche su industria e servizi.

Lo studio analizza gli effetti dell’aumento dei killing degree days, ovvero i giorni in cui le temperature sono superiori a 28 gradi. Quando la loro frequenza sale del 2,4%, il Pil e la produttività del lavoro calano in un range di valori tra lo 0,22 e lo 0,1%.

Il settore agricolo risulta il più colpito: il valore aggiunto agricolo cala dello 0,60% l’anno, la produttività dello 0,65%.

Per l’industria e i servizi l’impatto sul valore aggiunto è inferiore in termini percentuali, ed è pari rispettivamente a 0,30 e 0,24%. Mentre sulla produttività il calo nell’industria è dello 0,45 e nei servizi dello 0,03.

Sembrano valori piccoli, ma sono estremamente importanti se si pensa che spesso la crescita delle economie avanzate si gioca intorno a uno “zero virgola”.

Da qui l’invito a intervenire subito con una politica lungimirante che sfrutti anche il momento storico favorevole grazie al Pnrr.

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