Manovra, se Meloni diventa Monti
di Francesco ManacordaE Meloni mise il loden. Loden metaforico, è ovvio. Ma proprio perché tale, ancora più netto nel marcare la grande distanza tra le (tante) promesse elettorali e le (poche) misure che il governo riuscirà ad attuare con la Legge di Bilancio. E ancora più sgradevole, quel capo di lana scura e pesante che ricorda l’austerità di Mario Monti e il realismo tecnocratico di Mario Draghi (in verità noto per la sua insofferenza ai soprabiti), si preannuncia per il descamisado Matteo Salvini, scomodo alleato di governo che ha portato a nuove vette l’arte della molteplice e impossibile promessa sull’impiego di soldi pubblici che il più delle volte, semplicemente, non ci sono.
Il preallarme lo aveva suonato il ministro dell’Economia Giancarlo…
E Meloni mise il loden. Loden metaforico, è ovvio. Ma proprio perché tale, ancora più netto nel marcare la grande distanza tra le (tante) promesse elettorali e le (poche) misure che il governo riuscirà ad attuare con la Legge di Bilancio. E ancora più sgradevole, quel capo di lana scura e pesante che ricorda l’austerità di Mario Monti e il realismo tecnocratico di Mario Draghi (in verità noto per la sua insofferenza ai soprabiti), si preannuncia per il descamisado Matteo Salvini, scomodo alleato di governo che ha portato a nuove vette l’arte della molteplice e impossibile promessa sull’impiego di soldi pubblici che il più delle volte, semplicemente, non ci sono.
Il preallarme lo aveva suonato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al Meeting di Cl: “Non si potrà fare tutto”. Ma dalla poltrona che il leghista occupa a via XX Settembre è difficile sentire altri messaggi, di qualsiasi colore siano maggioranza e governo, visto che è proprio al titolare dell’Economia che spetta raccogliere le infinite sollecitazioni di spesa dei colleghi, scontentandone la gran parte. Adesso, invece, il testimone del rigore – o semplicemente del realismo – passa in diretta alla premier, che ieri ha avvertito i suoi ministri che la coperta per i 30 miliardi di manovra è cortissima.
Dunque, si prospettano acque agitate nella maggioranza. Difficile, se non impossibile, vedere accontentate tutte le pretese della Lega sulle pensioni, che mirano ad anticipare l’età di uscita. Tradotto: niente Quota 41, ossia la possibilità di lasciare con 41 anni di versamenti, mentre più realistico è pensare alla proroga degli strumenti già in vigore. Improbabile che di fronte a un governo inebbriato dall’interventismo pubblico passi la linea di maggiori privatizzazioni per fare cassa, come invece vorrebbe Forza Italia. Quasi sicuro, invece, e del resto Meloni ha voluto ribadirlo anche ieri sera, che a Palazzo Chigi si lotterà fino all’ultimo per confermare il taglio del cuneo fiscale. Mettere le mani nelle tasche dei redditi più bassi appena dopo aver dato loro qualche soldo in più, sarebbe un harakiri politico che nessuno ipotizza nemmeno lontanamente.
E del resto a dare un colpo all’iniziale luna di miele del governo è stata più che sufficiente la cancellazione del reddito di cittadinanza: ieri a Napoli le proteste sono sfociate in qualche scontro più ruvido tra i dimostranti e le forse dell’ordine. Niente di preoccupante, per ora, ma comunque un segnale che alcune misure economiche possono portare a reazioni difficilmente controllabili. Sulle entrate fiscali, visti i precedenti rappresentati proprio dalle dichiarazioni di Meloni e dei suoi alleati sul “pizzo di Stato”, e vista una congiuntura non entusiasmante, c’è poco da sperare.
Insomma, con quel cappottone addosso, la premier si muoverà con estrema prudenza, come del resto aveva già fatto lo scorso anno nel suo primo approccio alla finanza pubblica. Niente deficit, con ogni probabilità, visto che il debito pubblico incombe e il rialzo dei tassi penalizza ancora di più che ne fa di nuovo, e possibili scelte come la distribuzione a pioggia di micro-interventi poco incisivi e ancor meno risolutivi, ma che hanno il vantaggio di distribuire a ciascuna parte dello schieramento qualche risorsa da intestarsi.
Anche il rallentamento – economico e politico – della Germania, non è una buona notizia per Meloni. Sia perché buona parte dell’industria esportatrice del Nord Italia conta su quel mercato per far andare avanti i suoi impianti e tenere in equilibrio i conti; sia perché un’assenza di leadership europea, in una fase delicata come questa, rischia di provocare più danni che benefici al nostro governo, che deve fare i conti con il ritorno del Patto di stabilità e con i messaggi sul tema, anche poco concilianti, che arrivano da Bruxelles. Allo scenario non roseo si può aggiungere appunto anche l’andamento dei tassi e il suo effetto sul debito pubblico: con buona pace dei governi che si vedono inchiodati a un costo del denaro che frena possibili spinte alla crescita e limita il ricorso all’indebitamento, da Washington e da Francoforte arriva il messaggio che nei prossimi mesi i tassi saliranno ancora, invece di scendere. Insomma, il loden è pronto per la stagione autunno-inverno, e Meloni dovrà anche abbottonarlo bello stretto per far fronte ai mille spifferi di una stagione difficile.