Il giornalista televisivo Andrea Giambruno non è stato il primo e non sarà certo l’ultimo a mettere in relazione una sostanza inebriante (alcol, ecstasy, cannabis) con uno stupro, dando la colpa alla sostanza (o meglio a chi la sostanza la ha assunta). Il suo discorso rispecchia il punto di vista di tanti normali cittadini e cittadine che in questi giorni hanno detto la loro, come e dove hanno potuto, obbligando nei fatti, i servizi sociali di Palermo a nascondere in un centro protetto la giovane vittima dello stupro di gruppo dello scorso luglio. Un paradosso tanto drammatico quanto frequente in casi analoghi. Alla fine si trova sempre e comunque un motivo “altro” che finisce per colpevolizzare la vittima stessa che sarebbe responsabile, in questo caso, di essere stata “poco attenta” perché ubriaca.
Il giornalista televisivo Andrea Giambruno non è stato il primo e non sarà certo l’ultimo a mettere in relazione una sostanza inebriante (alcol, ecstasy, cannabis) con uno stupro, dando la colpa alla sostanza (o meglio a chi la sostanza la ha assunta). Il suo discorso rispecchia il punto di vista di tanti normali cittadini e cittadine che in questi giorni hanno detto la loro, come e dove hanno potuto, obbligando nei fatti, i servizi sociali di Palermo a nascondere in un centro protetto la giovane vittima dello stupro di gruppo dello scorso luglio. Un paradosso tanto drammatico quanto frequente in casi analoghi. Alla fine si trova sempre e comunque un motivo “altro” che finisce per colpevolizzare la vittima stessa che sarebbe responsabile, in questo caso, di essere stata “poco attenta” perché ubriaca.
Le parole di Giambruno non devono essere solo stigmatizzate o ridicolizzate, come ho visto fare, ma devono essere trattate come un sintomo di un problema molto più ampio, ovvero di come si continua a parlare di stupro e anche di sostanze nella stampa, in TV e sui social. Le sue parole, infatti, sono state riprese e commentate e così facendo si è data loro credibilità, legittimità, un’eco immensa. Ma se nel 2023 è ancora possibile che qualcuno, senza dubbio in buona fede e senza pensarci due volte, dica che “se ti fai pecora il lupo ti mangia” allora è chiaro che dobbiamo fermarci a pensare che il problema non sono solo i ragazzi, le “bestie”, i “lupi” che stuprano, ma è ben più ampio. Come se un’epidemia avesse colpito la lingua e con essa la nostra capacità di guardare e leggere il mondo che ci circonda. Come se fossimo tornati all’ora zero, a quel 1979 quando la Rai trasmise il documentario Processo per stupro, etnografia perfetta del senso comune, evidentemente mai estirpato dalla mentalità degli italiani, su quella che oggi viene chiamata “cultura dello stupro”, una cultura che sbagliando completamente i termini e le categorie usati per raccontare una violenza sessuale, contribuisce, nei fatti, a tramandarne le premesse culturali e materiali.
Abbiamo a disposizione decine, se non centinaia, di studi che, soprattutto nel mondo anglosassone, provano a ragionare sui fattori che in qualche modo “facilitano” uno stupro ed espongono al rischio le donne (ma non solo). Studi sul binge drinking, sulla vittimizzazione secondaria, studi sul concetto di sicurezza e sulla relazione tra offerta di sostanze e violenze sessuali. Ma pare che nessuno si prenda la briga di andarli a cercare, di leggerli, di usarli per formulare domande, ragionamenti che fungano da antidoto alle chiacchiere da social. Del resto viviamo nel Paese che quando morì la giovane Pamela Mastropietro, nel 2018, vide pubblicare su un quotidiano nazionale l’intervista a un uomo adulto che sosteneva di averla aiutata a sfuggire al suo destino di “drogata” dandole cinquanta euro in cambio di un rapporto orale. Viviamo nel Paese nel quale, dopo la morte di Desiré Mariottini, 16 anni, stuprata mentre era in overdose in uno stabile abbandonato del centro di Roma (non il Parco verde di Caivano ma il più grande quartiere universitario d’Italia dove gli affitti sono altissimi), l’allora sindaco Virginia Raggi decise di vietare la somministrazione di bevande alcoliche dopo le 21.
Occupandomi di storia delle dipendenze e di questioni di genere, io invece ho dovuto leggerli gli studi su questi argomenti e sapete cosa ho “scoperto”? Che il primo fattore di rischio per una donna non è il binge drinking, ovvero l’alcol bevuto in modo compulsivo, non la “droga”, questo mostro dalle cento teste di cui ancora si parla come se fossimo negli anni Cinquanta. No: il primo fattore di rischio consiste nel frequentare persone che pensano che tu ragazza, sobria o sbronza non importa, sei un oggetto, un pezzo di carne, una metonimia che si riassume in una sola parte del tuo corpo: la fica. E questo vale anche per i ragazzi omosessuali, un tema costantemente rimosso.
Così si diffonde la cultura dello stupro e cresce, nel momento in cui si omette di ricordare che la maggior parte delle violenze sessuali avviene entro le pareti domestiche o in gruppi di amici o in contesti conosciuti. Non è quasi mai lo sconosciuto per strada a stuprarti, ma una o più persone con le quali prima hai parlato un poco, con le quali hai pensato che potesse essere piacevole passare una serata, pure da sbronza. Una persona o delle persone di cui ti sei fidata. Non un lupo, che dai lupi siamo state sempre messe in guardia fin dai tempi di Cappuccetto rosso.