Una lezione dall’Ecuador
di Luciano Di TizioTra le notizie che hanno dominato l’agenda delle ultime settimane ce n’è una che è passata un po’ in sordina. In Ecuador un referendum sostenuto da oltre il 58 per cento della popolazione ha approvato lo stop a nuovi pozzi petroliferi nel parco Yasuní in Amazzonia, scegliendo di lasciare il petrolio nel sottosuolo. Il Paese sudamericano, che non naviga certo nell’oro, ha dato una grande lezione alle nazioni più ricche.
In Italia, invece, si continua a sostenere un modello fossile ormai improponibile e, quando si parla di energia, si spolverano superate ricette a base di gas o, peggio, si disseppelliscono costosissime e pericolose utopie nucleari, bocciate dall’economia, dal voto popolare oltre che dalla storia.
L’estate che si avvia alla conclusione, come tutte le più recenti, è stata caratterizzata dalla crescente incidenza della crisi climatica, ormai una costante del nostro tempo. Ce lo raccontano gli incendi che imperversano ovunque nel mondo e che devastano la natura e gli in…
Tra le notizie che hanno dominato l’agenda delle ultime settimane ce n’è una che è passata un po’ in sordina. In Ecuador un referendum sostenuto da oltre il 58 per cento della popolazione ha approvato lo stop a nuovi pozzi petroliferi nel parco Yasuní in Amazzonia, scegliendo di lasciare il petrolio nel sottosuolo. Il Paese sudamericano, che non naviga certo nell’oro, ha dato una grande lezione alle nazioni più ricche.
In Italia, invece, si continua a sostenere un modello fossile ormai improponibile e, quando si parla di energia, si spolverano superate ricette a base di gas o, peggio, si disseppelliscono costosissime e pericolose utopie nucleari, bocciate dall’economia, dal voto popolare oltre che dalla storia.
L’estate che si avvia alla conclusione, come tutte le più recenti, è stata caratterizzata dalla crescente incidenza della crisi climatica, ormai una costante del nostro tempo. Ce lo raccontano gli incendi che imperversano ovunque nel mondo e che devastano la natura e gli insediamenti umani. Ce lo dicono le alluvioni che non danno tregua provocando danni enormi. Ce lo ricordano le ondate di calore e i record termici che si infrangono anno dopo anno. Ce lo testimonia la salute dei ghiacciai in costante peggioramento. Eppure, in questo scenario drammatico, continuiamo a restare quasi paralizzati.
Nonostante la comunità scientifica sia pressoché unanime nel segnalare il problema, nonostante le Nazioni Unite continuino a invocare azioni immediate e concrete e nonostante l’infaticabile sprone all’azione contenuta nelle parole di Papa Francesco, il nostro governo (purtroppo in buona compagnia nella comunità internazionale) non solo appare immobile ma spesso si trova a dar credito alle peggiori idee negazioniste, alla ricerca di improbabili teorie che hanno come unico obiettivo quello di far colpevolmente finta che la crisi non esista.
Negare oggi il cambiamento climatico significa negare la realtà e indebolire la nostra capacità di affrontare un’emergenza che non ha eguali. Il 2022 è stato l’anno più caldo e meno piovoso di sempre. Un record destinato a durare poco. Già il 2023 sta dicendo la sua in maniera pesante: la temperatura media di luglio è stata la più alta mai registrata da quando ci sono rilevazioni scientifiche. E gli anni che verranno non lasciano presagire alcuna significativa inversione di tendenza. Il clima che sta cambiando con una rapidità inedita ci trova, oggi, assai meno resilienti rispetto al passato. La ragione è semplice: abbiamo cementificato troppo e ovunque, anche le aree più fragili, in natura e negli ambienti urbani.
La ricetta per affrontare la crisi climatica già esiste ed è scritta negli accordi internazionali. Bisogna superare l’era delle fonti fossili e avviare politiche di tutela e ricostruzione della natura che ci permettano di adattarci al nuovo scenario. Che cosa manca allora per raggiungere l’obiettivo? Manca il coraggio di cambiare un sistema cui ci siamo adattati negli anni, ma che sta consumando la natura e noi stessi: perdiamo salute, sicurezza, benessere senza far nulla o quasi nulla per invertire la tendenza. Cambiare la propria visione del mondo, bisogna ammetterlo, non è mai facile. Oggi però è indispensabile e quel coraggio bisogna dunque trovarlo, così come lo hanno trovato i cittadini dell’Ecuador.
L’autore è presidente di WWF Italia