Un referendum per salvare o distruggere un ecosistema unico. E verosimilmente i suoi abitanti umani, gli unici che, vivendolo come si è fatto da secoli se non da millenni, possono salvarlo. Si terrà il prossimo 20 agosto in Ecuador. Oggetto del voto, la continuazione o meno dello sfruttamento petrolifero all’interno del parco nazionale Yasuni, un’area di foresta amazzonica che si trova nel nord-est del Paese, al confine con il Perù.
"La giungla è la mia casa, non voglio che degli stranieri vengano nel mio territorio”, racconta all’agenzia di stampa France Presse Kominta. Armato di una lunga cerbottana e di pericolosi dardi imbevuti di curaro, l’anziano cacciatore Waorani si dice pronto a combattere le compagnie petrolifere che sfruttano e bramano l’Amazzonia. Come i suoi antenati nomadi, vive quasi nudo nel villaggio di Bameno, 200 anime, nella riserva naturale.
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Fra poco più di due settimane, in occasione delle elezioni generali, la popolazione ecuadoriana sarà chiamata a esprimersi sul proseguimento dell’attività petrolifera in questo parco, i cui milioni di ettari di foresta pluviale costituiscono una riserva mondiale di biodiversità. Gli abitanti di Bameno, sulle rive del fiume Cononaco (provincia di Pastaza, direttamente confinante con il Perù), sembrano aver già deciso da che parte stare. “Non voglio una compagnia petrolifera qui, voglio continuare a vivere qui liberamente e in un ambiente sano”, dice nella sua lingua natale (wao terere) l’anziano leader.
Reclamata da un gruppo ambientalista da almeno 10 anni, la consultazione popolare è stata finalmente autorizzata dalla Corte Costituzionale del Paese centramericano nel maggio scorso. Riguarda il “blocco Isphingo, Tambococha e Tiputini (ITT)” o “blocco 43” del parco di Yasuni, un’area da dove giù si estrae il 12 per cento dei 466mila barili di petrolio giornalieri prodotti in Ecuador. Il governo, contrario al referendum calcola che l’eventuale stop costerebbe circa 15 miliardi di euro nei prossimi 20 anni.
Le tribù Waorani contano poco meno di 5mila membri, che abitano circa 800mila ettari delle province amazzoniche di Pastaza, Orellana e Napo. Sulla questione, i gruppi sono divisi. Alcuni sono a favore delle compagnie petrolifere. Non a Bameno, dove peraltro le trivelle non sono ancora arrivate. La costituzione ecuadoriana riconosce alle popolazioni native “la proprietà collettiva della terra oltre a forme ancestrali di organizzazione territoriale”, ma lascia allo Stato la proprietà del sottosuolo.
Per arrivare a Bameno – come hanno fatto i giornalisti che hanno parlato con i locali, attraverso un press tour guidato da una giovane attivista di origine Wao che ha lasciato l’area ma difende il diritto dei locali a continuare la loro esistenza in isolamento e in un ambiente naturale intatto – servono 12 ore di viaggio a bordo di piroghe su diversi fiumi. Nel parco vivono due tribù, i Taromenane e i Tagaeri. Entrambe evitano ogni contatto con le popolazioni esterne, sono rivali tra loro e spesso si affrontano. Ci sono già stati anche attacchi agli addetti delle compagnie petrolifere. “L'attivtià petrolifera interferisce con il loro modo di vivere e li mette in pericolo – racconta Pedro Bermeo, avvocato e portavoge di ‘Yasunidos’, il gruppo ambientalista che ha il merito di aver ottenuto lo svolgimento del referendum – C’è il rischio completo di etnocidio, di sterminio totale di queste comunità”.
Nell’area in teoria protetta di Yasuni vivono 2mila specie di alberi, 610 varietà di uccelli, 204 di mammiferi, 150 di anfibi, 121 di rettili e 100 mila identificate di artropodi, secondo l’università privata San Francisco, di Quito. Moi Giquita, un giovane Wao, sostiene che “ogni volta” l’entrata in scena delle compagnie petrolifere a “Yasuni” diventa sempre “più invasiva”. “Ci sono da 60 anni, erano molto più lontani, ma via via si stanno avvicinando (a Bameno n. d. r.)”. Di fronte all’avanzata “non abbiamo più un posto dove andare”.