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Il libro dei desideri

Giorgia Meloni

 (ansa)
Dopo il vertice, Meloni e Giorgetti dovranno iniziare a disegnare la manovra 2024
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C’è il libro dei desideri del governo, che ammonta più o meno a 40 miliardi di euro. E poi c’è la dura realtà della manovra 2024, che a partire dal vertice di stasera Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti dovranno iniziare a disegnare. Numeri testardi e risorse esigue inchioderanno il budget disponibile a una ventina di miliardi di euro. La metà di quanto servirebbe.

Così, la prima vera “finanziaria” firmata Meloni – la precedente era stata acciuffata in corsa da Mario Draghi quasi a fine anno – segnerà l’archiviazione ufficiale di buona parte delle promesse e degli impegni elettorali con i quali il centrodestra ha vinto a mani basse le elezioni del 25 settembre 2022. Salutate le vacanze estive, le sfilate dei ministri a Cernobbio e la passerella della premier tra i paddock dell’Autodromo di Monza, il governo si ritrova in un vicolo cieco ancor prima di sedere al tavolo delle trattative. E non solo perché i tre partiti dovranno presentarsi, pronti via, con la lista dei tagli possibili…

C’è il libro dei desideri del governo, che ammonta più o meno a 40 miliardi di euro. E poi c’è la dura realtà della manovra 2024, che a partire dal vertice di stasera Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti dovranno iniziare a disegnare. Numeri testardi e risorse esigue inchioderanno il budget disponibile a una ventina di miliardi di euro. La metà di quanto servirebbe.

Così, la prima vera “finanziaria” firmata Meloni – la precedente era stata acciuffata in corsa da Mario Draghi quasi a fine anno – segnerà l’archiviazione ufficiale di buona parte delle promesse e degli impegni elettorali con i quali il centrodestra ha vinto a mani basse le elezioni del 25 settembre 2022. Salutate le vacanze estive, le sfilate dei ministri a Cernobbio e la passerella della premier tra i paddock dell’Autodromo di Monza, il governo si ritrova in un vicolo cieco ancor prima di sedere al tavolo delle trattative. E non solo perché i tre partiti dovranno presentarsi, pronti via, con la lista dei tagli possibili. A chiudere le vie di fuga ci sono le funeste previsioni di crescita che lunedì prossimo verranno annunciate da Bruxelles, per l’Europa e per il nostro Paese in particolare; la battaglia che si è scatenata già tra ministri (capofila il capo del Viminale Matteo Piantedosi) a caccia delle scarse risorse; l’insufficienza delle disponibilità che renderà velleitario qualsiasi slancio. Tanto più con l’incognita dei 109 miliardi di “sforamento” creato dal superbonus edilizio.

Avete sentito più parlare di Flat tax? La tassa piatta per i lavoratori autonomi che nel meraviglioso mondo di Matteo Salvini aveva quasi preso il posto del vessillo con Alberto da Giussano? No. E non ne sentirete riparlare almeno fino all’approvazione, a dicembre, della legge di bilancio.

Altro che innalzamento delle pensioni o aumento delle miserrime buste paghe delle forze dell’ordine o degli insegnanti. Al più, un cenno al taglio del cuneo fiscale o a generiche e ancora non quantificate misure per le famiglie a basso reddito. Nell’illusione di poter davvero invertire la curva demografica in picchiata con un bonus mamma-papà.

Al contrario, sentirete sempre più spesso Giorgia Meloni ripetere il monito col quale si è rivolta a ministri e alleati in occasione del primo cdm, ovvero che bisogna “tenere i piedi ben piantati per terra”, che “le risorse disponibili devono essere usate con la massima attenzione”. E il responsabile dell’Economia Giancarlo Giorgetti pronunciare la parola che da un anno è divenuta il suo mantra quasi ossessivo: “Prudenza”.

Tuttavia, predicare prudenza, prendersela col governo Conte per il Superbonus e per il reddito di cittadinanza, negare il salario minimo perché proposto dal Pd, non basterà. Lunedì la Commissione europea correggerà le previsioni economiche. E il taglio, pur di pochi decimali, della stima di crescita si abbatterà sui conti già fragili del Paese sovraesposto da un debito pubblico colossale e finirà per condizionare la legge di bilancio. Il governo Meloni è già al bivio: dovrà decidere se lavorare di forbici fin d’ora o farlo a maggio, in sede di assestamento dei conti. Ma in quel caso, lacrime e sangue scorrerebbero a poche settimane dalle Europee, decisive per i futuri equilibri politici.

La presidente del Consiglio ha ammesso il momento di difficoltà. Se ne sono accorti anche gli italiani: i sondaggi per la prima volta da un anno a questa parte hanno fatto registrare un pur flebile calo di consensi per i tre partiti di governo. Il vero problema è che né lei né la sua squadra sembrano avere gli strumenti, le competenze e i rapporti con Bruxelles necessari per affrontare quelle difficoltà. E il corto circuito rischia di trascinare tutti in una spirale economico-finanziaria incontrollabile.

La conseguenza politica di questo scenario plumbeo sarà l’acutizzarsi del conflitto tra l’inquilina di Palazzo Chigi e il più riottoso dei suoi alleati. Matteo Salvini non è politicamente né culturalmente in grado di gestire una fase di austerity, la sua storia parla per lui. Dopo il probabile strappo delle Europee, che porterà il leghista a schierarsi con la destra sempre più estrema d’Europa, mantenere gli attuali equilibri sarà sempre più complicato per una premier che sogna di entrare nel salotto buono della futura Commissione.

“Dobbiamo correre di più per far correre questa nazione” ed avere “fortuna”, ha confessato Meloni domenica, ispirata dai bolidi della F1. La corsa è già ad ostacoli. E di fronte a tanta improvvisazione, questo sì, servirà davvero parecchia fortuna.

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