Non stupisce più di tanto che Salvini (e con lui Forza Italia) si sia messo di traverso rispetto all’idea di abbassare al 3 per cento, dal 4 attuale, la soglia minima per accedere al Parlamento europeo. Al grande pubblico, preso dai problemi quotidiani dell’autunno imminente, il tema è alquanto indifferente. Tuttavia esso rientra appieno nelle schermaglie politiche che possono confermare o smentire una tendenza elettorale, rinforzare o appannare una storia di successo, come è stata finora quella di Giorgia Meloni. E infatti l’iniziativa della riformetta è di Fratelli d’Italia, nel tentativo di creare problemi al Pd in vista del voto della prossima primavera. Quindi un ritocco che dia fiato alla sinistra di Fratoianni, o al “centro” nella duplice versione di Calenda e Renzi, avrebbe l’effetto di disinnescare l’appello al “voto utile”, ossia il drenaggio di consensi a danno delle liste minori e a favore del partito maggiore che è un’arma tradizionale nei sistemi proporzionali.
Peraltr…
Non stupisce più di tanto che Salvini (e con lui Forza Italia) si sia messo di traverso rispetto all’idea di abbassare al 3 per cento, dal 4 attuale, la soglia minima per accedere al Parlamento europeo. Al grande pubblico, preso dai problemi quotidiani dell’autunno imminente, il tema è alquanto indifferente. Tuttavia esso rientra appieno nelle schermaglie politiche che possono confermare o smentire una tendenza elettorale, rinforzare o appannare una storia di successo, come è stata finora quella di Giorgia Meloni. E infatti l’iniziativa della riformetta è di Fratelli d’Italia, nel tentativo di creare problemi al Pd in vista del voto della prossima primavera. Quindi un ritocco che dia fiato alla sinistra di Fratoianni, o al “centro” nella duplice versione di Calenda e Renzi, avrebbe l’effetto di disinnescare l’appello al “voto utile”, ossia il drenaggio di consensi a danno delle liste minori e a favore del partito maggiore che è un’arma tradizionale nei sistemi proporzionali.
Peraltro tutto questo è stato detto. Resta da capire invece perché a Salvini non piace l’operazione. La quale, ci viene detto, in fondo colpirebbe il centrosinistra. C’è però un aspetto che urta la strategia leghista. Riguarda il peso del voto di una certa destra sulla bilancia elettorale. Quella destra che si suppone scontenta di Giorgia Meloni, del suo atlantismo, del volto moderato che si sforza di esibire. Non si sa con precisione quanto valga in termini di percentuali questo segmento di opinione pubblica. Probabilmente poco, ma è presto per esserne sicuri. Sul piano mediatico l’estate del caso Vannacci ha dato l’impressione che la destra più radicale avesse trovato il suo campione. Il libro auto-prodotto in testa alle classifiche, le interviste a ripetizione, una certa enfasi che accompagna tutte le novità… qualcuno potrebbe pensare che stia per nascere un movimento di medie dimensioni in grado di frenare il percorso in parte istituzionale che Giorgia Meloni ha intrapreso. E il cui obiettivo è evidente: entrare nel gioco europeo la prossima primavera, benché non necessariamente nella maggioranza destinata a sostenere la Commissione.
Il disegno richiede che l’attuale premier sia percepita come una conservatrice, non certo un’estremista. Anche perché si è visto con la Spagna che l’Europa accetta, come è ovvio, gli spostamenti dell’elettorato, ma è refrattaria a messaggi reazionari e a scossoni ansiogeni. Allora ecco il problema della destra alla destra di Giorgia Meloni. Esiste? Non esiste? Salvini scommette che quella porzione di elettorato esiste e può trovar casa nella Lega. Per questo ha bisogno di collegamenti internazionali (Le Pen, i tedeschi di AfD, domani Trump); di qualche nome simbolico da mettere in lista (Vannacci) e di nessuna lista di disturbo. Quindi è contrario alla soglia bassa, fosse per lui la innalzerebbe. Alemanno ha il punto di vista opposto. Cerca di presentarsi con il volto di una destra intransigente ma ben più coerente di FdI. Anche lui corteggia Vannacci ed è in cerca di temi forti in grado mettere qualche bastone tra le ruote di Giorgia Meloni e anche di Salvini.
E la presidente del Consiglio? Probabilmente non le dispiace che alla sua destra nasca qualche piccolo, rumoroso gruppetto. Purché rimanga esiguo, così da marcare con la sua opposizione il percorso o l’evoluzione meloniana verso una destra di governo. Inoltre creerebbe fastidi a Salvini persino più che ai Fratelli. Ecco perché la soglia bassa piace alla Meloni anche quando si parla del voto a destra.
Per la stessa ragione Salvini non la vuole perché disturberebbe il suo progetto di raccogliere lui tutto il voto di chi considera la premier una “colomba”. È un dissidio da tener d’occhio nel medio termine.