L’equilibrio delle impotenze
di Stefano FolliCome è logico, sarebbe un errore collegare il ritorno di Draghi sulla scena europea, per ora nel ruolo di consulente della Commissione, alla situazione italiana, alle iniziative talvolta controverse decise dal centrodestra. Come se si trattasse di un dispetto al governo di Roma per le sue ricorrenti polemiche con l’Unione (ultimo il bizzarro attacco al commissario Gentiloni, quando non si ricorda niente di simile tra gli Stati e i loro rappresentanti a Bruxelles). In realtà l’incarico all’ex premier è di tutta evidenza un omaggio a una personalità italiana di alto profilo, secondo le parole di Ursula von der Leyen. Una personalità con un bagaglio di esperienze senza eguali, tra Francoforte e la guida dell’esecutivo romano. Peraltro nulla impedisce di pensare che sia anche il primo passo verso una responsabilità più grande dopo le elezioni del prossimo anno: la presidenza della stessa Commissione, se la Von der Leyen si ritirerà; ovvero del Consiglio, il posto che oggi è di Michel.
Ved…
Come è logico, sarebbe un errore collegare il ritorno di Draghi sulla scena europea, per ora nel ruolo di consulente della Commissione, alla situazione italiana, alle iniziative talvolta controverse decise dal centrodestra. Come se si trattasse di un dispetto al governo di Roma per le sue ricorrenti polemiche con l’Unione (ultimo il bizzarro attacco al commissario Gentiloni, quando non si ricorda niente di simile tra gli Stati e i loro rappresentanti a Bruxelles). In realtà l’incarico all’ex premier è di tutta evidenza un omaggio a una personalità italiana di alto profilo, secondo le parole di Ursula von der Leyen. Una personalità con un bagaglio di esperienze senza eguali, tra Francoforte e la guida dell’esecutivo romano. Peraltro nulla impedisce di pensare che sia anche il primo passo verso una responsabilità più grande dopo le elezioni del prossimo anno: la presidenza della stessa Commissione, se la Von der Leyen si ritirerà; ovvero del Consiglio, il posto che oggi è di Michel.
Vedremo. Di sicuro non si può evitare di accostare l’annuncio di ieri con il momento non proprio sereno delle relazioni tra Roma e gli organismi europei. Da un lato abbiamo una personalità che ha accettato la consulenza dopo aver illustrato nelle settimane scorse un progetto di rilancio dell’integrazione a vari livelli, compresa l’ipotesi di mettere in comune il debito o parti di esso. Si può essere o meno d’accordo su queste tesi, ma di certo il disegno è di respiro ampio. Chi dopo il voto del ‘24 deciderà di sostenere l’eventuale candidatura Draghi a una responsabilità di vertice, sa fin d’ora che eleggerà una figura con delle idee precise circa il domani dell’Unione.
Dall’altro lato abbiamo un governo la cui linea è contraddittoria rispetto all’Europa. Talvolta Giorgia Meloni ha fatto prevalere il pragmatismo, abbandonando la vecchia demagogia per cui le istituzioni europee sono nemiche, in quanto luogo dei “poteri forti” e delle speculazioni finanziarie. La fase pragmatica ha coinciso con i sorrisi - ricambiati - alla presidente della Commissione, nonché con l’abbandono della retorica iper-nazionalista. Poi però sono successe alcune cose. In primo luogo sembra che il tedesco Weber abbia rinunciato al disegno di spostare a destra l’asse del prossimo Parlamento. Tutto dipenderà dagli elettori, s’intende, ma il disegno nella sua versione originale pare molto appannato. In secondo luogo la Meloni è stata messa in difficoltà dall’alleato/rivale, Salvini, che non perde occasione per delegittimare il percorso moderato/conservatore avviato dalla presidente del Consiglio. Marine Le Pen che viene in Italia invitata dal leghista è un segnale forte: alla Meloni, senza dubbio, ma soprattutto alla piccola galassia degli scontenti e dei critici. Quasi una chiamata a raccolta.
Il punto è che da Bruxelles arrivano indizi poco incoraggianti. Via via che si avvicinano le elezioni (comunque non prima di maggio dell’anno venturo), i governi dimenticano le promesse di solidarietà. Si vede così che il bilancio meloniano sull’immigrazione è negativo. Intanto la Bce stronca la tassa sugli extraprofitti bancari, una mossa che si è rivelata controproducente. L’Europa, le future rate del Pnrr, il fondo salva-Stati da ratificare, la questione Ita, la polemica con Gentiloni da chiarire. I temi sono numerosi, ma è come se qualcuno avesse stretto le maglie dell’establishment. L’esecutivo Meloni rischia la paralisi. Va detto, peraltro, che l’asse Schlein-Conte non è in grado di aspirare al governo. Questione di numeri parlamentari, certo. Ma c’è anche lo scarso credito generato dal superbonus, quei 100 milioni di debito che pesano sul bilancio. Al momento destra e sinistra tendono verso l’equilibrio delle impotenze.