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L’alibi perfetto

Il governatore della Banca d’Italia chiede “di tenere i conti il più possibile in ordine”

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Dunque, appena passata la boa di un anno dalle elezioni, torniamo al punto di partenza: il governo tecnico. O meglio la sua ombra, evocata ieri dalla presidente del Consiglio come se esistesse davvero un grande piano architettato dalle lobby internazionali, in combutta con la sinistra domestica e i giornali, per detronizzarla. Uno schema perfetto e immaginario, un canovaccio riadattato riscrivendo la frottola che la destra italiana si racconta dal 2011, per non guardare in faccia la realtà. Quella realtà che Ignazio Visco, il governatore della Banca d’Italia, ha ricordato ieri con poche e semplici parole, richiamando gli apprendisti stregoni di palazzo Chigi a “tenere i nostri conti il più possibile in ordine”.

Meloni come Queequeg, aguzza lo sguardo per capire dove spunterà il suo avversario, come il ramponiere tatuato della Pequod che scruta l’oceano in cerca dello sbuffo di Moby Dick: la premier vede complotti e addirittura la lista dei ministri tecnici che già circola e non si avvede del fatto che la balena in realtà è sotto la nave. Ma l’ha evocata lei stessa, con i numeri della Nadef e con le sparate quotidiane dei suoi ministri e alleati di governo.

La versione di Giorgia, ripetuta ieri da tutti i Tg, è che “la Nadef racconta di numeri seri in previsione di una legge di bilancio estremamente seria”. Le tabelle dicono altro. Il governo ipotizza una crescita del Pil dell’1,2% nel 2024. Come ha rilevato ieri Carlo Cottarelli sulla Stampa, questa al momento è una professione di fede più che una stima, visto che “per raggiungere questo obiettivo il tasso di crescita medio del Pil nel trimestre che si sta chiudendo e nei successivi cinque dovrebbe essere dello 0,3%”. Ma negli ultimi quattro trimestri il Pil è cresciuto in media solo dello 0,1% al trimestre e non ci sono investimenti per modificare questa traiettoria. Anche gli altri numeri della nota di aggiornamento al Def descrivono il quadro di un Paese che si è fermato nel suo percorso di crescita e di riduzione del debito pubblico. Un debito che – lo ha detto ieri a Repubblica il presidente di Confindustria Bonomi – ha raggiunto livelli “molti preoccupanti”, si guarda alla Grecia per capirci, e drena risorse crescenti per pagare gli interessi. Anche qui, il ritmo della riduzione è impercettibile, prossimo allo zero: il rapporto debito/Pil, programmatico, viene indicato al 140,2% per quest’anno e in calo al 140,1% nel 2024, al 139,9% nel 2025 e al 139,6% nel 2026. Non è una discesa, è un galleggiamento con l’acqua al filo delle narici.

Quindi è vero, come ripetono alla noia i laudatori a cottimo della maggioranza, che ancora lo spread non è ai livelli del quasi default del 2011, ma ci sono segnali che sarebbe sbagliato non cogliere. Il debito non scende più, la manovra sarà scritta per metà in deficit (che comunque cresce fino al 5,2% sul Pil quest’anno), si prevedono quote stellari di decine di miliardi per privatizzazioni di cui non si vede alcuna traccia. Anzi, nel governo – vedi l’Ilva o Mps – c’è chi parla di nazionalizzare piuttosto che vendere. Così come non c’è traccia di riforme della concorrenza, di riforme per aumentare la produttività e la competitività. Di fronte a tutto ciò c’è da stupirsi che gli investitori stiano diventando guardinghi?

I mercati non si fidano e, purtroppo per Meloni, nemmeno i supermercati. Quanti sono disposti davvero a credere che il “carrello tricolore”, strombazzato dalla propaganda governativa, riuscirà a calmierare il prezzo della spesa? Il primo degli scettici è proprio il presidente di Federdistribuzione Buttarelli, uno dei firmatari del patto.

Salita in corsa sulla locomotiva di palazzo Chigi, lo scorso anno Meloni diede prova di serietà nella redazione della legge di bilancio. Seppur scritta in fretta in un mese, la Finanziaria prorogò una serie di misure previste dal precedente governo e abbassò un pochino le tasse ai redditi più bassi. Al netto di condoni e strizzatine d’occhio agli evasori (come sul contante), a Meloni non dispiacque che la manovra venisse definita “draghiana”, nel senso di prudente, responsabile, accorta. Merito soprattutto del ministro Giorgetti, che faticò ma alla fine riuscì a contenere le spinte sfascia-conti del suo stesso partito.

Tuttavia la prima vera legge di bilancio della destra al momento sta nascendo sotto una stella nera, di ispirazione “anti-draghiana”, con più deficit, entrate incerte e debito che non scende. Allora è molto meglio parlare di impossibili governi tecnici invece che spiegare perché non ratifichiamo il Mes, perché accumuliamo ritardi e cancellazioni sul Pnrr, perché abbiamo smesso di combattere l’evasione e, soprattutto, perché preferiamo scatenare una guerra politico-diplomatica contro il nostro primo partner industriale in Europa.

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