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Il Nobel dei diritti

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Il premio per la Pace a Narges Mohammadi – arrestata tredici volte, è anche la speranza per le donne in Iran
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Lo scorso marzo, per celebrare l’antico Capodanno persiano di Nowruz, festività che risale ai culti di Zoroastro, la leader iraniana dei diritti umani Narges Mohammadi, rinchiusa nel cupo carcere di Evin, a Teheran, si è affacciata alla guardiola della cella, cantando forte le prime strofe di Bella Ciao. Pian piano, le sue compagne, detenute come lei dal regime dell’ayatollah Ali Khamenei, si sono unite al coro, fino alla chiusa dell’inno della Resistenza, “…per la libertà!”.

Premiata con il Nobel per la Pace, 51 anni, un marito in esilio a Parigi, due figli che non vede dal 2009 e con cui non parla da un anno, ex studentessa di fisica, Narges Mohammadi è stata arrestata tredici …

Lo scorso marzo, per celebrare l’antico Capodanno persiano di Nowruz, festività che risale ai culti di Zoroastro, la leader iraniana dei diritti umani Narges Mohammadi, rinchiusa nel cupo carcere di Evin, a Teheran, si è affacciata alla guardiola della cella, cantando forte le prime strofe di Bella Ciao. Pian piano, le sue compagne, detenute come lei dal regime dell’ayatollah Ali Khamenei, si sono unite al coro, fino alla chiusa dell’inno della Resistenza, “…per la libertà!”.

Premiata con il Nobel per la Pace, 51 anni, un marito in esilio a Parigi, due figli che non vede dal 2009 e con cui non parla da un anno, ex studentessa di fisica, Narges Mohammadi è stata arrestata tredici volte e condannata cinque, pene fino a 31 anni di prigione e 154 frustate. Da 14 anni soffre nel duro carcere di Evin, chiamato ormai “Università”, per il numero di laureande e docenti dietro le sbarre.

Il manifesto politico ed ideale di Mohammadi, testimoniato sino a patire un attacco cardiaco in galera, essere minacciata di morte da secondini e miliziani, languire in isolamento per mesi, è semplice, ma irriducibile: “Il nostro fine è promulgare uno Stato laico e democratico in Iran. Per ora, tuttavia, la sola alternativa è combattere con tenacia a ricostruire la società civile”.

Basta per rendere Narges Mohammadi pericolo fatale agli ayatollah. Da quando, nel 2022, la giovane curdo-iraniana Mahsa Amini è stata brutalizzata e uccisa da sgherri della Gašt-e Eršâd, la temuta polizia religiosa, per non avere indossato il velo islamico, oltre 300 donne sono state giustiziate nel corso delle proteste, decine di migliaia recluse, dozzine accecate per vendetta, sette uomini impiccati per aver espresso loro solidarietà. Invano, il presidente Ebrahim Raisi e il Supremo Giudice Gholam-Hossein Mohseni-Eje’l suggeriscono prudenza, la repressione infuria sotto il manto di Khamenei.

Il premio a Narges Mohammadi è stato anticipato, su questo giornale, da uno struggente disegno di Mauro Biani, dedicato a Armita Garawand, fragile sedicenne ridotta in coma dal brutale pestaggio inflittole da Gašt-e Eršâd in metro, perché vestiva all’occidentale. Sua madre è stata sequestrata e non se ne hanno notizie. Davanti alla nuova tragedia, il motto del movimento, Donna, Vita, Libertà, risuona da Oslo a Teheran, non solo per chi si batte affinché la grande nazione iraniana torni libera, ma per tutti noi.

Come Vladimir Putin, che incapace di aprire la società russa alla democrazia, è paralizzato sulle sanguinose trincee ucraine, così ogni tentativo di riformare dall’interno la dittatura degli ayatollah è finito in nulla. Dopo la rivolta dell’autocrate Ruhollah Khomeini contro lo Shah Reza Pahlavi, nel 1979, da Abolhassan Banisadr nel 1980, ad Hassan Rohuani nel 2013, l’illusione di far convivere fondamentalismo islamico e democrazia degenera in stragi.

La visione della Nobel Narges Mohammadi e delle sue intrepide compagne è, infatti, la sola strada perché anche la minaccia nucleare di Teheran venga disinnescata. I patti proposti all’Iran dal presidente Obama, la rottura e i raid di Trump, la mediazione di Francia e Germania, la pressione militare di Israele, nulla riesce a stoppare il programma che, secondo gli esperti del Council on Foreign Relations, a breve metterà testate nucleari in mano a Khamenei. Un Iran in cui le donne possano avere gli stessi diritti degli uomini, in cui le ragazze non vengano torturate solo per un paio di jeans, sarà anche un Iran capace di convivere, nella tolleranza, con paesi vicini e religioni diverse. L’eroismo di Narges, Armita e Mahsa promuove insieme i loro diritti e la nostra pace.

Pigri, distratti, rosi da meschine beghe, a Washington, Bruxelles, Roma, noi occidentali diamo un premio a Narges Mohammadi e alle sue sorelle, 20 anni giusti dopo quello all’avvocatessa Shirin Ebadi. Che cosa accadrà nei prossimi venti anni? Conteranno, come sempre, più business e contratti di diritti e pace? Nel Capodanno di Nowruz, Narges Mohammadi non ha intonato We Shall Overcome o la Marsigliese, no, ha scelto “il fiore del partigiano morto per la libertà”, Bella Ciao, per sfidare muri, grate, aguzzini: è il canto della nostra democrazia, non lasciamola sola.

Instagram @gianniriotta

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