C’ è la difesa della Costituzione, certo. Ma nella manifestazione romana di ieri che, senza temere eccessive personalizzazioni, si può chiamare la manifestazione di Maurizio Landini (“Qui non c’è solo la Cgil, ci sono duecentocinquanta organizzazioni”), c’è soprattutto altro. E cioè, in primo luogo, un passo concreto nel tentativo — forse la tentazione — del leader del principale sindacato operaio di assumere l’egemonia della rappresentanza di un mondo vastissimo e articolato. Un mondo che fino a qualche tempo fa delegava la difesa dei suoi interessi in prevalenza alla sinistra e adesso appare atomizzato in nebulose che nessuna formazione politica riesce più a intercettare. Così, il Landini in piazza ha appunto l’ambizione di superare gli schieramenti sindacali e politici tradizionali e proporsi come rappresentante unico (o perlomeno principale) di quelli che chiama i “senza voce”. Non sono solo gli operai della Magneti Marelli, che la nuova proprietà vuole chiudere, e i loro colleghi…
C’ è la difesa della Costituzione, certo. Ma nella manifestazione romana di ieri che, senza temere eccessive personalizzazioni, si può chiamare la manifestazione di Maurizio Landini (“Qui non c’è solo la Cgil, ci sono duecentocinquanta organizzazioni”), c’è soprattutto altro. E cioè, in primo luogo, un passo concreto nel tentativo — forse la tentazione — del leader del principale sindacato operaio di assumere l’egemonia della rappresentanza di un mondo vastissimo e articolato. Un mondo che fino a qualche tempo fa delegava la difesa dei suoi interessi in prevalenza alla sinistra e adesso appare atomizzato in nebulose che nessuna formazione politica riesce più a intercettare. Così, il Landini in piazza ha appunto l’ambizione di superare gli schieramenti sindacali e politici tradizionali e proporsi come rappresentante unico (o perlomeno principale) di quelli che chiama i “senza voce”. Non sono solo gli operai della Magneti Marelli, che la nuova proprietà vuole chiudere, e i loro colleghi in tutta Italia, ma anche il vastissimo mondo del precariato, gli eserciti di dipendenti nella ristorazione, nelle pulizie e nei servizi alla persona, i lavoratori a chiamata che vedono spesso distrutta la loro rete di relazioni sociali, la galassia delle partite Iva, i veri e propri “untermensh” della logistica che sudano sui piazzali degli interporti o sfrecciano in bicicletta nelle nostre città. Tutte categorie che con la tradizionale e triplice rappresentanza sindacale hanno rapporti sempre più distaccati — il battaglione più forte della Cgil è ormai quello dei pensionati — o non li hanno mai avuti, come dimostra il sostanziale monopolio dei Cobas proprio nel mondo della logistica.
«Rappresentare tutti e parlare con tutti», dice dunque Landini; e il suo vasto programma non è solo un’Opa sulla sinistra, ma un’offerta che la disintermedia e si rivolge direttamente ai suoi elettori e anche a quelli che di volta in volta hanno scelto la Lega, i Cinque Stelle, magari stavolta anche la Meloni. Un tentativo che allarga la ragione sociale del sindacato — non più rappresentante dei lavoratori, ma potenzialmente di tutti coloro che si sentono esclusi dal poco sviluppo che c’è e dalla redistribuzione dei redditi — e relega al ruolo di comparse, svuotandole di senso, le formazioni politiche tradizionali.
Ma un collante deve pur esserci, per tenere assieme una maggioranza di interessi così eterogenei. Ed è un collante che Landini identifica nell’altra forte novità della piazza di ieri, quando dal palco rivendica di essere il rappresentante di chi paga le tasse. Di fronte a lui ha persone che le pagano volenti o nolenti, perché il più delle volte sono lavoratori dipendenti o altrimenti subordinati, che vedono la loro retribuzione tassata alla fonte. Le pagano ricevendo servizi di seconda o terza categoria perché oggi in Italia chi ha redditi da operaio o impiegato, ma anche da architetto o professore precario, deve rassegnarsi a una sanità pubblica con risorse sempre più scarse e liste d’attesa sempre più lunghe e non può permettersi la scorciatoia a pagamento della sanità privata. Le pagano di fronte a una premier che tra le sue prime dichiarazioni equipara le imposte a un “pizzo di Stato”, al suo principale alleato di governo che gioca da apprendista stregone fiscale con improbabili flat tax, alla beffa annuale delle statistiche ufficiali dell’Agenzia delle Entrate, che ci ricordano come un gioielliere guadagni meno di un suo commesso o un ristoratore meno del suo cameriere.
In questa battaglia del tutto condivisibile, che la sinistra pare spesso aver perso occasione di combattere e che pure si presta a feroci strumentalizzazioni da parte di chi le si oppone, come accadde al povero Tommaso Padoa-Schioppa e il suo “le tasse sono una cosa bellissima”, si può davvero ritrovare un richiamo alla salvaguardia della Costituzione. L’articolo 53, quello che recita “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”, è forse tra i più disattesi dell’intera Carta, tra quelli dove lo sfregio della Costituzione materiale a quella formale è tra i più evidenti.
È un guanto di sfida, quello che Landini lancia. Non solo alla politica, ma anche alla sua organizzazione, che da sindacato dei lavoratori prova a trasformarsi così in sindacato (ma si potrà ancora chiamare così?) dei contribuenti. E forse anche dei consumatori. La presenza ieri in piazza dei carrelli della spesa — pesche tra divorziati, insegne tricolori, adesso cartelli di protesta, colpisce quanta simbologia si accumuli ormai in quella rete metallica su quattro ruote — segna uno stadio diverso delle rivendicazioni, strettamente legato alla caduta del potere d’acquisto provocata dalla corsa dei prezzi. Del resto, l’inflazione, che colpisce i più poveri e risparmia i più ricchi (e naturalmente gli evasori fiscali) “è la più iniqua tra le tasse”. Non lo diceva Landini, ma quel vecchio liberale di Luigi Einaudi.