I massacri antisemiti del 7 ottobre saranno ricordati anche per un capovolgimento nei rapporti tra Mosca e Israele, dopo la crescente collaborazione dell’ultimo ventennio?
È un interrogativo inevitabile dinanzi alle parole di Putin, insieme al probabile coinvolgimento della Wagner nella preparazione delle stragi che è stato segnalato dalla Nato: nessuna condanna di Hamas e pieno appoggio all’Iran, rilancio della questione palestinese come «incredibile manifestazione di ingiustizia», attribuzione della responsabilità delle violenze al «fallimento della politica Usa» e censura preventiva per l’avvicinamento di portaerei statunitensi alle coste israeliane.
Sono dichiarazioni che indicano qualcosa di più dell’auspicio che la nuova guerra distolga risorse e attenzioni occidentali dal sostegno alla resistenza ucraina. Qualcosa che può essere collegato ai segnali di una recrudescenza antisemita manifestati nelle scorse settimane dalla propaganda putiniana.
Dapprima un nuovo e più radica…
I massacri antisemiti del 7 ottobre saranno ricordati anche per un capovolgimento nei rapporti tra Mosca e Israele, dopo la crescente collaborazione dell’ultimo ventennio?
È un interrogativo inevitabile dinanzi alle parole di Putin, insieme al probabile coinvolgimento della Wagner nella preparazione delle stragi che è stato segnalato dalla Nato: nessuna condanna di Hamas e pieno appoggio all’Iran, rilancio della questione palestinese come «incredibile manifestazione di ingiustizia», attribuzione della responsabilità delle violenze al «fallimento della politica Usa» e censura preventiva per l’avvicinamento di portaerei statunitensi alle coste israeliane.
Sono dichiarazioni che indicano qualcosa di più dell’auspicio che la nuova guerra distolga risorse e attenzioni occidentali dal sostegno alla resistenza ucraina. Qualcosa che può essere collegato ai segnali di una recrudescenza antisemita manifestati nelle scorse settimane dalla propaganda putiniana.
Dapprima un nuovo e più radicale attacco “all’ebreo Zelensky”: «I padroni occidentali del governo ucraino — ha detto Putin il 5 settembre — vi hanno deliberatamente messo a capo un ebreo, un uomo che ha radici e origini ebraiche, per camuffare la natura disumana del regime di Kiev».
Le responsabilità della guerra tra Russia e Ucraina sarebbero da individuare in una grande “mistificazione ebraica”, si è letto in controluce nelle parole di Putin, con il ricorso all’antico topos antisemita del “giudeo ingannatore e nemico della pace”.
Qualche giorno dopo è stata la volta di Anatolij Cubajs, già architetto delle privatizzazioni negli anni di Eltsin e poi influente consigliere economico di Putin, attaccato per la scelta di trasferirsi in Israele dopo l’invasione dell’Ucraina. «Cubajs se l’è svignata di nascosto — ha detto il leader del Cremlino a Vladivostok — e oggi non dobbiamo più chiamarlo Anatolij Borisovic ma Moishe Izraelevic». Un doppio ed esplicito riferimento alle origini di Cubajs, di madre ebrea lituana, e alle immagini della “codardia ebraica” e del “tradimento della patria” su cui l’antisemitismo ha prosperato per secoli.
Quella che si annuncia come una svolta antisemita e antisraeliana del regime di Mosca, se confermata, chiuderebbe la stagione di rinascita nei rapporti con Gerusalemme e con la comunità ebraica di Russia promossa fin dai primi anni Duemila dallo stesso Putin: innanzitutto nella convinzione che le tensioni di epoca sovietica con quel mondo avessero concorso al catastrofico crollo dell’Urss, ma anche per la massiccia emigrazione russa nello Stato ebraico, la sponda israeliana agli interessi della Chiesa ortodossa in Terra Santa, l’impegno comune contro il terrorismo di matrice islamica, la moltiplicazione degli scambi commerciali e da ultimo — con l’intervento russo del 2015 a sostegno di Assad — l’interesse di Tel Aviv a non indebolire il confine con la Siria e dunque a gestire l’intricato “dossier Damasco” attraverso una pragmatica collaborazione di fatto con Mosca.
Molto avevano contato, come in tutto ciò che si muove in Russia, il ruolo personale di Putin e la sua esibita familiarità con alcune figure del mondo ebraico.
È già nella sua autobiografia del 2000 il ricordo della “famiglia di ebrei di modeste condizioni e grande religiosità” che condivideva con il piccolo Vladimir il misero condominio di Leningrado e che si occupava di lui quando i genitori erano assenti.
Poi è comparsa Mina Judizkaja-Berliner: l’ex insegnante di tedesco del giovane Putin, trasferitasi in Israele, che nel 2005 riceve in dono un appartamento nuovo di zecca dal leader del Cremlino (ma con soldi di Roman Abramovich, si sarebbe scoperto in seguito).
Così come non possono essere dimenticati i molti oligarchi di origine ebraica che hanno prosperato sotto la benedizione del despota: dallo stesso Abramovich ai fratelli Rotenberg, dal magnate dei fertilizzanti Moshe Kantor al re dei diamanti Lev Leviev.
Il ricorso di Putin all’antisemitismo sorprenderebbe, è vero, ma non più di tanto. D’altra parte l’invasione dell’Ucraina sta sprofondando la Russia in un’ampia regressione politica, civile e culturale.
E il veleno antigiudaico è una delle più solide e cupe tradizioni del potere russo, particolarmente in coloro che Putin immagina come i suoi veri numi tutelari: Alessandro III, lo zar repressore e restauratore che sul finire dell’Ottocento riportò ufficialmente in auge l’antisemitismo di Stato, e l’ultimo Stalin, che dopo la Seconda guerra mondiale scatenò in Unione Sovietica una sanguinosa campagna di persecuzione antiebraica.
Il nuovo terrore jihadista può essere l’occasione per Putin per riconnettersi, anche su questo binario di sangue, con una storia di cui si considera l’erede più autentico.