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Norberto Bobbio, la guerra e il mediatore

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Non possiamo chiedere a Israele ferita a morte di porgere l’altra guancia. Ma l’alternativa qual è?
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Siamo tutti israeliani. Che altro si può dire, di fronte ai cadaveri violati e martoriati, sgozzati e bruciati a Kfar Aza e a Be’eri? Che altro si può pensare, di fronte al pianto straziato di Noa che tende le braccia al suo ragazzo mentre i suoi aguzzini la portano via in motocicletta, o al corpo nudo e smembrato di Shani Louk che giace inerte sul pick-up mentre i suoi carnefici le sputano addosso?

All’indomani del Black Saturday irrorato dalla pioggia di sangue di un eccidio chiamato “Diluvio Al Aqsa”, sappiamo bene da che parte stare. È la parte del buon senso e della Ragione, del diritto e dell’umanità, di cui ha scritto David Grossman.

Quello che accade oggi è certamente la “materializzazione del prezzo che Israele paga per essersi lasciata sedurre per anni da una leadership corrotta che l’ha trascinata sempre più in basso”, che ha demolito le sue istituzioni giudiziarie, il suo esercito, il suo sistema scolastico. Ma con tutta la rabbia accumulata nel tempo nei confronti di…

Siamo tutti israeliani. Che altro si può dire, di fronte ai cadaveri violati e martoriati, sgozzati e bruciati a Kfar Aza e a Be’eri? Che altro si può pensare, di fronte al pianto straziato di Noa che tende le braccia al suo ragazzo mentre i suoi aguzzini la portano via in motocicletta, o al corpo nudo e smembrato di Shani Louk che giace inerte sul pick-up mentre i suoi carnefici le sputano addosso?

All’indomani del Black Saturday irrorato dalla pioggia di sangue di un eccidio chiamato “Diluvio Al Aqsa”, sappiamo bene da che parte stare. È la parte del buon senso e della Ragione, del diritto e dell’umanità, di cui ha scritto David Grossman.

Quello che accade oggi è certamente la “materializzazione del prezzo che Israele paga per essersi lasciata sedurre per anni da una leadership corrotta che l’ha trascinata sempre più in basso”, che ha demolito le sue istituzioni giudiziarie, il suo esercito, il suo sistema scolastico. Ma con tutta la rabbia accumulata nel tempo nei confronti di Bibi Netanyahu, “le atrocità di questi giorni non sono causate da Israele”.

Quando massacri a freddo ragazzi che ballano nel deserto di Reim, stupri e bruci ragazze indifese, ammazzi a coltellate in pancia donne incinte nei kibbutz, leghi le mani e poi uccidi decine di bambini inermi, non c’è e non ci può essere “causa” che tenga. Non c’è Allah e non c’è povertà, non c’è sopruso e non c’è schiavitù, che spieghino questo orrore.

L’hanno paragonato all’11 settembre, e poi a Bucha, ed è così: dall’America all’Ucraina al Medio Oriente, chi decide consapevolmente di sterminare civili non ha scuse. Compie solo un atroce atto di guerra e di mostruoso terrorismo. Hamas l’ha compiuto e l’ha rivendicato.

Nessuna tolleranza è possibile, nei confronti di quegli assassini tagliagole che si professano “difensori della Palestina”, mentre sono i peggiori nemici del popolo palestinese, come scrive Tahar Ben Jelloun.

Spiace dirlo, in faccia alle poche anime nere che in qualche sottoscala della politica e in qualche redazione di giornale aggiungono solo odio all’odio. Ma su questa linea, che è insieme di umanità e di responsabilità, l’Italia sta tenendo.

Pensiamo a quello che succede negli Stati Uniti, dove nelle migliori università del Paese, da Harvard a Chicago, l’intero corpo studentesco sforna comunicati che denunciano “il regime di Israele totalmente responsabile di tutte le violenze causate da vent’anni di apartheid a Gaza”. O a quello che accade a Parigi, dove il leader Mélenchon schiera l’intera France Insoumise dalla parte di Hamas.

Qui da noi, almeno ad oggi, questo peloso cupio dissolvi non è scattato. Le mozioni parlamentari diverse e incrociate, tra maggioranza e opposizioni, non ci possono scandalizzare: è legittimo che ci sia un’enfasi maggiore su alcuni aspetti essenziali di questo nuovo, sanguinoso conflitto israelo-palestinese.

Chiedere che il governo di Tel Aviv non sospenda le forniture di acqua, cibo, luce e gas nella Striscia, non vuol dire sostegno ai terroristi guidati da Mohammed Deif, ma garanzia di aiuto umanitario per la gente che a Gaza vive sotto i missili di Tsahal.

Sta tenendo la sinistra, che un tempo scendeva in piazza “a prescindere” con la kefiah inneggiando all’Olp e Arafat, e oggi con Elly Schlein — stavolta capace di una parola chiara e inequivoca — condanna la strage del 7 ottobre e aggiunge «confondere i palestinesi con Hamas sarebbe fare un torto alle aspirazioni di un popolo».

Sta tenendo la destra, almeno quella di Giorgia Meloni, che da capo del governo stavolta non specula sulle tragedie e sulle divisioni altrui. In compenso, purtroppo, lo fanno le destre rissose che gli si agitano accanto.

Le destre leghiste, ansiose di farsi perdonare le fuitine a Mosca di Capitan Salvini, che si lanciano nella “battaglia dei Palazzi”, considerando sacrilego che qualche comune, insieme alla bandiera di Israele, issa anche quella Arcobaleno. Le destre ex missine, prigioniere del “mito della forza” di Moshe Dayan ma anche della spada dell’Islam brandita dal Duce in Libia: nel tentativo di nascondere sotto il tappeto la polvere di casa loro (vedi l’irriducibile capo di Forza Nuova, Roberto Fiore, che dice «i cecchini col deltaplano non volevano eliminare gli ebrei, ma solo creare una presenza simile alla Svizzera dei Cantoni») approfittano di questo immenso disastro per giustificare il pugno duro contro i migranti (vedi l’ineffabile sottosegretario Fazzolari, che dice «adesso i terroristi hanno più facilità ad arrivare sui barconi»).

E infine le destre giornalistiche, che da giorni sparano titoli come proiettili. Descrivono i macellai di Hamas come “comunisti islamici”. Chiamano “Intifada delle tende” il corteo di qualche centinaio di liceali che minaccerebbero “la democrazia”.

E trattano Patrick Zaki — certo protagonista di un giudizio inaccettabile su Israele — non come un giovane studente egiziano, ma come fosse il leader dei progressisti italiani, colpevole di “alto tradimento” verso la nazione che lo ha liberato dalle prigioni del Cairo.

Ma chi tradisce chi, continuando ad avvelenare i pozzi con le notizie false e le forzature ideologiche?

Chi dà una rappresentazione esasperata e bugiarda del Paese, intossicando un discorso pubblico che si vorrebbe appassionato, sì, ma anche reale e razionale, non cieco e isterico, com’è già successo per la Russia?

Perché al dunque, pronunciata e condivisa la condanna senza appello di Hamas, per il mondo, per l’Occidente, per l’Europa e persino per la piccola Italia restano due domande cruciali.

La prima domanda, che non serve a mitigare la solidarietà con Israele ma a non sbagliare le mosse future: perché siamo arrivati a questo, dimenticando la Questione Palestinese o illudendoci che l’avremmo risolta semplicemente con quella che lo stesso Grossman ha chiamato “la pace dei ricchi” che passa sulla testa dei popoli, cioè gli accordi di Abramo e il patto tra Israele e Arabia Saudita?

La seconda domanda, che serve a scongiurare la “fine della Storia”: che fare, adesso che forse non basta più morire per Kiev, ma forse servirà farlo anche per Gerusalemme?

Adesso che, tra la sporca “operazione speciale” di Putin e l’orribile offensiva di Hamas, la Terza Guerra Mondiale non è più solo l’ossessione di Papa Francesco, ma forse un pericolo vero per l’umanità intera?

Adesso che, a partire dalla mattanza del “Diluvio Al Aqsa”, pare saldarsi la più terrificante delle alleanze, quella tra il Cremlino — forse non estraneo all’ideazione o al supporto strategico all’attacco a Israele — l’Iran sciita dei Guardiani della Rivoluzione, la rete militare di Hezbollah, la Siria, il Qatar?

Blinken e Netanyahu sono concordi, comprensibilmente: Hamas è come l’Isis. Vuol dire che con l’Isis non si tratta, si combatte. Vuol dire che la controffensiva di Israele — su una Gaza distrutta dove sono già cadute seimila bombe e dove muoiono altre decine di bambini innocenti, proprio come negli insediamenti ebraici della Cisgiordania — sarà senza pietà. Anche a costo di sacrificare ostaggi e civili.

È vero. Non possiamo chiedere a Israele ferita a morte di porgere l’altra guancia. Ed è forse altrettanto vero che il bagno di sangue di oggi dimostra la sostanziale inutilità del sacrificio del falco Sharon, che nel 2005 cedette i territori di Gaza all’Anp. Ma l’alternativa qual è? Il mondo in fiamme?

Servirebbe il “Terzo per la Pace” di cui parlava Norberto Bobbio. Il mediatore forte e riconosciuto, il Defensor pacis che inchioda le parti al compromesso. “Nell’attuale sistema internazionale questo Terzo non esiste, né se ne profila uno credibile all’orizzonte”. Il grande filosofo torinese lo scriveva nel 1989. Oggi, purtroppo, è ancora più vero di allora.

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