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L’Italia e l’altra guerra di Israele

La battaglia sul campo, pur tragica, è solo metà del problema. L’altra metà è il conflitto che si combatte sul piano dell’opinione pubblica

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Come ormai è noto, sembra che il razzo caduto sull’ospedale di Gaza o nei suoi pressi non fosse israeliano, bensì di Hamas: precipitato subito dopo il lancio per qualche malfunzionamento o perché intercettato. Tuttavia è bastata l’accusa a Gerusalemme, prima di qualsiasi verifica, per scatenare la protesta nelle capitali arabe e anche in Europa. Indignano le molotov scagliate a Berlino contro una sinagoga e lo schieramento di polizia a protezione del monumento all’Olocausto. Una volta di più, l’antisionismo trascolora in un attimo nell’antisemitismo.

Tuttavia chi ha strumentalizzato nel giro di poche ore una tragedia di cui non si conoscevano i responsabili, ha ottenuto quel che voleva. La missione americana in Medio Oriente, con il viaggio dello stesso Biden, è stata azzoppata. Si è risolta in un bilaterale con il premier Netanyahu che ha dato un risultato parziale, inferiore a quello che si sarebbe forse ottenuto con un maggiore coinvolgimento delle nazioni arabe.

Questi eventi dimostrano che la guerra sul campo, pur tragica, è solo metà del problema. L’altra metà è la guerra che si combatte sul piano dell’opinione pubblica. Qui Israele è debole e tende a diventarlo di più via via che il conflitto si prolunga, come in effetti accadrà. Che sia colpevole o no dei vari misfatti che gli vengono attribuiti dai suoi nemici, ciò alla fine è irrilevante.

Nei Paesi arabi, ma anche in Europa, ci saranno sempre settori di opinione pubblica, minoritari e intolleranti, animati da un astio istintivo verso lo Stato ebraico, che hanno già emesso la loro sentenza. Non da oggi ma da anni, se non decenni.

È questa la guerra che Israele rischia di perdere, nonostante le armi e il sostegno americano. Per cui l’argomento secondo cui “Israele è l’unica democrazia in Medio Oriente” non ha alcuna presa; anzi, è un’aggravante. Viene tradotto come: “è l’avanguardia dell’America capitalista e imperialista” che vuole consolidare i costumi occidentali là dove i fondamentalisti vogliono imporre la teocrazia. E quindi il primo passo consiste nello spazzare via gli israeliani.

Nella tempesta l’Italia si muove con una prudenza che in alcuni ambienti riflette l’agnosticismo di chi vuole soprattutto essere lasciato in pace. Un recente sondaggio indica che di fronte a un conflitto classico tra Israele e i suoi vicini, incluso Hamas, il 66 per cento degli italiani eviterebbe di schierarsi. Il 15 per cento non ha una posizione o non sa rispondere. Solo il 14 per cento si schiera con Israele, mentre il 5 per cento sceglie in modo esplicito Hamas.

In sostanza l’81 per cento se ne lava le mani e un segmento nemmeno troppo piccolo ritiene che, sì, distruggere Israele è un’opzione da valutare. Sarebbe interessante conoscere i risultati di analoghi sondaggi in altri Paesi europei. Per esempio nel Belgio del recente attentato; o nella Francia dove si chiudono gli aeroporti.

Sta di fatto che si respira un po’ ovunque un’ambiguità superiore a quella riservata nei mesi scorsi all’Ucraina aggredita. Non è un caso che il presidente del Consiglio europeo, il belga Michel, si sia affrettato ad attribuire a Israele la strage di Gaza, a differenza di Ursula von der Leyen. Segno che è più difficile mostrarsi coraggiosi quando si hanno i terroristi in casa. In Italia prevale la cautela.

Ma non è mancato, soprattutto a sinistra, chi si è pronunciato subito per la colpevolezza di Israele. Poi, nel corso della giornata, ha prevalso la razionalità. Ma viene da domandarsi quanti condividano realmente le parole di Marco Minniti nell’intervista a questo giornale: «Il mondo può andare in pezzi. La guerra in Israele è una sfida per l’Europa».

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